
Don Chisciotte non è mai stato soltanto un folle che combatte contro i mulini a vento. È un uomo che, ostinandosi a credere in ciò che gli altri hanno smesso di vedere, finisce per mettere in discussione il mondo che lo circonda. È forse per questo che, a distanza di quattro secoli, continua a parlarci con una forza sorprendentemente contemporanea. Nel film Don Quixotte, Fabio Segatori sceglie di riportare Cervantes alla sua essenza, trasformando il viaggio del cavaliere errante in una riflessione sulla libertà, sul rapporto tra realtà e immaginazione e sul diritto, oggi quasi sovversivo, di continuare a sognare. A dargli corpo è Alessio Boni, che costruisce un Don Chisciotte lontano dalla caricatura del folle e più vicino alla purezza ostinata di un bambino che crede davvero nel proprio gioco. Ne nasce un film fisico, materico, attraversato dalla fatica dei paesaggi del Sud e da una domanda che resta sospesa fino all’ultima inquadratura: siamo davvero diventati adulti o abbiamo semplicemente smesso di credere nei nostri sogni? Ne abbiamo parlato con Alessio Boni e Fabio Segatori.
Fabio, lei è il regista del film. Cosa l’ha spinta a confrontarsi con la figura di Don Chisciotte e a restituirla attraverso una chiave così contemporanea e simbolica?
Da spettatore professionista, dopo aver visto tantissimo cinema nel corso della mia vita, mi mancava confrontarmi con Don Chisciotte. A un certo punto mi sono posto il problema di portare sullo schermo la vera strada di questo personaggio, cercando di allontanarmi dalle divagazioni e dalle fantasticherie che avevano caratterizzato molti degli adattamenti precedenti. Sono partito dal testo, studiando in profondità le circa 1.300 pagine del romanzo di Cervantes, con l’obiettivo di costruire un adattamento capace di parlare alla sensibilità contemporanea. E alla fine di questo percorso mi sono accorto che era diventato anche il film più personale che avessi mai realizzato.
Alessio, Don Chisciotte è stato spesso raccontato come un sognatore, un visionario o addirittura un folle. Lei lo interpreta invece come un uomo sospeso tra realtà e immaginazione. Come ha lavorato per restituire questa ambiguità?
Prima ancora di incontrare Fabio conoscevo abbastanza bene il personaggio, anche perché avevo visto diverse interpretazioni di Don Chisciotte, sia a teatro sia al cinema. Spesso veniva rappresentato come una sorta di Pierrot stranito, un uomo un po’ folle, continuamente deriso dagli altri. Io sono partito da un’altra idea: Don Chisciotte è come un bambino di sei anni che crede fermamente in ciò che fa. È talmente immerso nella sua visione da trasformare completamente la realtà. Vede i giganti al posto dei mulini, i saraceni al posto di un gregge di pecore, l’elmo di Mambrino al posto di un semplice catino da barbiere. È questo che lo rende così affascinante: lui crede davvero a ciò che vede. È la trasposizione di quella dimensione infantile che continua a vivere dentro di lui. Quando un bambino gioca e dice di essere un indiano, per lui è davvero un indiano. Non sta fingendo. E Don Chisciotte conserva quella stessa fede assoluta. Da lì nasce anche la sua forza. È un uomo che appartiene agli esclusi, ai disadattati, a chi non riesce o non vuole adeguarsi al mondo. Per questo viene deriso. Ma la derisione, secondo me, non deve essere rivolta a lui: possono far sorridere le situazioni, le avventure, gli equivoci. Don Chisciotte, invece, va preso sul serio. Il suo è un viaggio profondamente poetico. Cervantes ci accompagna attraverso tutti gli strati della società. Don Chisciotte, aristocratico, parla con Sancho, un contadino, e da questo incontro nasce qualcosa di straordinariamente moderno. È un dialogo che attraversa la vita umana, con le sue differenze sociali, le sue contraddizioni e i suoi desideri. È anche questo il motivo per cui amiamo Shakespeare: perché parte dalla parte più bassa dell’essere umano e arriva alla poesia più sublime, attraversando tutti gli strati della società. Questa è la potenza di Don Chisciotte: un viaggio che, a un certo punto, entra dentro di te. Don Chisciotte e Sancho si trasformano reciprocamente. Don Chisciotte diventa più concreto, mentre Sancho viene contaminato dalla sua visione del mondo. Alla fine Don Chisciotte si è quasi “sanchizzato” e Sancho si è “donchisciottizzato”. È questo il risultato più bello del loro rapporto. Quando Don Chisciotte viene catturato e riportato a casa, gli viene chiesto, in sostanza, di tornare alla normalità, di abbandonare quella fantasia. Ma lui preferisce morire piuttosto che rinunciare a quella parte di sé. Ed è un messaggio potentissimo, soprattutto oggi. Viviamo in un mondo in cui una piccolissima percentuale di persone possiede una parte enorme della ricchezza, mentre continuiamo a confondere il progresso con la tecnologia, il potere e la crescita economica. Ma il vero progresso dovrebbe essere un progresso umano. Don Chisciotte ce lo dice da secoli: tutto il resto sono tecnicismi, strumenti, forme di potere che rischiano di chiuderci dentro una gabbia. Questo è stato il nostro messaggio e anche il punto in cui io e Fabio ci siamo incontrati. E forse siamo stati anche un po’ folli a fare un film del genere. Ma oggi la follia è quasi un complimento. La follia è quella cosa meravigliosa che spinge a fare ciò che gli altri considerano impossibile. Chagall ci ha creduto ed è stato considerato pazzo. Van Gogh ci ha creduto ed è stato considerato pazzo. La storia dimostra che, spesso, ciò che viene definito follia è semplicemente la capacità di vedere qualcosa che gli altri non riescono ancora a vedere. Per me questo è stato il cuore del nostro Don Chisciotte.
Il film è stato anche un’esperienza fisica molto intensa. Quanto ha influito la fatica del viaggio sulla vostra interpretazione?
Alessio: Tantissimo. Una delle cose che mi ha colpito è che tutta la troupe conosceva profondamente il progetto. Dal runner al macchinista, dal direttore della fotografia agli scenografi, tutti sapevano chi fosse Don Chisciotte e cosa stavamo cercando di raccontare. Erano innamorati del progetto e questo si percepiva. Eravamo in mezzo ai calanchi, in condizioni tutt’altro che comode. Non avevamo le comodità di una produzione tradizionale. Dovevamo affrontare quotidianamente la fatica, il caldo, il cavallo, la sella. Stare a cavallo per sei o sette ore al giorno è fisicamente pesante e quella stanchezza è entrata nel film. Fabio non voleva vedere un attore fresco che, dopo le prove, arrivava davanti alla macchina da presa perfettamente riposato. Voleva vedere un uomo realmente provato dalla strada. E quella fatica si vede sul volto. Non abbiamo dovuto fingere di essere stanchi: lo eravamo davvero.
Fabio: Esattamente. Questo film è nato in un mondo cinematografico sempre più dominato da algoritmi, pianificazione, pre-produzione e pre-visualizzazione. Noi abbiamo voluto mettere al centro un’esperienza di vita, per noi e per gli attori. E questo arriva sullo schermo, perché il film è il racconto audiovisivo di qualcosa che è stato realmente vissuto. Uno dei segreti del mio mestiere è mettere gli attori nelle condizioni di non poter fingere. La scomodità, in questo caso, era fondamentale: non avevano lo spazio mentale per essere falsi, erano costretti a reagire a una realtà fisica e materica. Già il secondo giorno di riprese ho chiesto ad Alessio di cadere a terra con la testa. È caduto tre volte. Quella scena è diventata qualcosa di autentico perché non stavamo semplicemente simulando una caduta. E questo dice molto anche sul modo in cui siamo entrati nel progetto. Non ci conoscevamo, non eravamo amici. Sono andato da Alessio e gli ho detto che volevo fare questo film. E poco alla volta, quella follia ha contagiato anche lui.
Fabio, un altro elemento centrale è l’ambientazione. Lei ha scelto alcuni paesaggi del Sud Italia. Perché questa scelta?
Sono ossessionato dai calanchi. Nel 1987 sono stato in Cappadocia per girare un documentario e da allora questi paesaggi sono diventati una sorta di ossessione. Forse perché mi ricordano il corpo femminile, ma soprattutto perché mi conducono dentro una dimensione contemporaneamente metafisica e concreta. La Basilicata ha paesaggi straordinari e una forza visiva incredibile. C’è anche un castello che, per quanto ne so, non era mai stato raccontato al cinema in quel modo: lo abbiamo mostrato a 360 gradi, lasciando che fosse il paesaggio stesso a diventare parte del racconto. Quando ero ragazzo pensavo che gli attori fossero ciò che si frappone tra la macchina da presa e il paesaggio. Poi sono maturato e ho capito che, in realtà, il primo piano dell’attore è una delle cose più potenti del cinema. In questo film, però, lo spazio diventa un terzo personaggio. Il paesaggio non è semplicemente uno sfondo: agisce sui personaggi e su di noi. Modifica il ritmo, la percezione e persino la fatica fisica del viaggio. Anche il rapporto con il cavallo è stato completamente reale. In alcuni momenti abbiamo dovuto fermare le riprese perché il cavallo si agitava o si fermava. Dovevamo aspettare, riportarlo nella situazione giusta e ripetere il passaggio. Tutte queste difficoltà sono entrate nel film. E credo che sia proprio questa la cosa interessante: non abbiamo cercato di eliminare la fatica del viaggio, ma di trasformarla in materia cinematografica.
Alessio, c’è una frase del film che, secondo me, rappresenta pienamente Don Chisciotte: “Sembra proprio che il mondo non voglia essere liberato, caro Sancho”. Secondo Lei, è ancora attuale nel mondo di oggi?
Assolutamente sì. Perché oggi la libertà costa, e spesso costa molto cara. Nessuno viene a liberarti. Anzi, viviamo in un’epoca in cui ci sono sempre più forme di controllo e condizionamento. Quello che cerco di insegnare anche ai miei figli è soprattutto la libertà interiore: la possibilità di scegliere ciò che vuoi fare della tua vita. Mio nonno aveva uno studio notarile, mio padre era notaio. Io avrei potuto seguire quella strada, ma se una persona vuole fare il ciabattino, perché non dovrebbe farlo? Se quello è ciò che la rende libera e felice, deve poterlo fare. La libertà è una condizione rara e ha un prezzo. Don Chisciotte quel prezzo lo paga fino in fondo. Ed è proprio questo il senso di quella frase: il mondo non vuole necessariamente essere liberato, perché la libertà obbliga ciascuno di noi a scegliere, ad assumersi una responsabilità e, soprattutto, a rinunciare alla sicurezza di ciò che conosce. Don Chisciotte sceglie comunque di essere libero. E quella libertà, anche se gli costa carissimo, è ciò che gli permette di restare fedele a se stesso.
Intervista pubblicata su Hot Corn