
Nel cinema di Dito Montiel la sceneggiatura non è mai un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. A fare la differenza sono gli attori, ciò che portano nei personaggi e la possibilità di lasciarsi sorprendere da loro. In Riff Raff, commedia nera dal cast stellare, Montiel si confronta con Jennifer Coolidge, Bill Murray, Ed Harris, Pete Davidson e Gabrielle Union, costruendo un film in cui improvvisazione e istinto diventano parte del processo creativo. In occasione dell’uscita di Riff Raff, abbiamo incontrato il regista per parlare del suo cast, dei personaggi e dei ricordi di una carriera segnata anche dall’incontro con Robin Williams.
Ha lavorato con un cast straordinario. Solo poter dirigere Jennifer Coolidge è un’esperienza che non capita tutti i giorni. Com’è stato trovarsi sul set con lei, Bill Murray, Ed Harris, Pete Davidson e gli altri?
È stato incredibile. Davvero incredibile. Immagini di entrare in una stanza e trovare Jennifer Coolidge da una parte, Bill Murray dall’altra, Pete Davidson, Ed Harris… È quasi un sogno surreale. A volte mi fermavo a pensare che non potesse essere vero. Poi mi ricordavo che ero lì, che stavo davvero lavorando con loro, e capivo che invece stava succedendo. La cosa straordinaria è che, per quanto si possa avere una sceneggiatura molto precisa e aver lavorato a lungo sui personaggi, quando arriva un attore qualcosa cambia inevitabilmente. È proprio così che lavoro. Ogni interprete porta con sé qualcosa che modifica il personaggio. Bill Murray, per esempio, inizialmente non era previsto per quel ruolo. È arrivato all’ultimo momento e, quando ho saputo che sarebbe stato lui, ho pensato: “Oh, mio Dio, Bill Murray!”. A quel punto abbiamo iniziato a lavorare insieme. Quando si ha davanti un attore come Bill, bisogna essere disposti ad ascoltarlo e a seguirlo, perché può portare il personaggio in una direzione che non si era prevista. È successo anche con alcune scene che abbiamo modificato all’ultimo momento. Avevo un’idea precisa, ma poi, lavorando con gli attori, abbiamo trovato qualcosa di diverso. E per me questo è il bello del cinema.
Quanto è importante, per lei, riuscire a trovare qualcosa di autentico nel cuore di un personaggio?
È fondamentale. Ogni film è diverso e ogni volta cerco di trovare qualcosa che appartenga veramente alla persona che sto raccontando. Ruth, per esempio, è divertente, ma è anche una persona profondamente imperfetta. E proprio questo mi interessava. È qualcuno che desidera qualcosa che non può avere. Dietro la parte comica c’è quindi qualcosa di molto più umano. Durante le riprese, a un certo punto, ho visto in un’altra stanza tutto quel trucco costosissimo che veniva utilizzato per Gabrielle Union. Ho guardato Jennifer e le ho detto: “Possiamo entrare e girare velocemente una scena lì dentro?”. Lei mi ha chiesto: “Perché?”. E io le ho risposto: “Non lo so”. Così siamo entrati e abbiamo girato. Per me era importante trovare chi fosse veramente Ruth, capire cosa ci fosse dietro il suo comportamento, cosa desiderasse e cosa le mancasse. Quello, in fondo, era il suo cuore. Ed è diventata una delle mie scene preferite del film.
Ha avuto la fortuna di lavorare anche con Robin Williams. C’è un ricordo di lui che porta ancora con sé?
Oh, mio Dio. Lo amavo tantissimo. Ricordo l’ultimo giorno di riprese con lui, in un altro film. Eravamo a Nashville ed era mezzanotte. Era il suo ultimo giorno sul set e lui voleva assolutamente riuscire a girare quella scena nel modo giusto. A un certo punto mi disse: “Facciamo una pausa e andiamo a mangiare”. Poi mi prese e mi disse che dovevamo andare a camminare, perché voleva provare ancora quella scena. Io pensavo: questo uomo ha vinto tutti i premi possibili, tutti lo amano. Perché dovrebbe preoccuparsi così tanto di un piccolo film? E invece era proprio questo a renderlo speciale. Anche in un film da un milione di dollari, a mezzanotte, a Nashville, nell’ultimo giorno di riprese, Robin Williams voleva ancora fare bene il suo lavoro. Voleva che quella scena fosse giusta. Non l’ho mai dimenticato. Ho avuto esperienze simili con molti altri attori, ma quello che è successo con Robin mi è rimasto particolarmente impresso. Lo amavo davvero tanto.
E Channing Tatum? Che rapporto ha avuto con lui sul set?
È molto diverso, ma adoro Channing. Quello che mi piace di lui è la sua straordinaria disponibilità. Se stavamo girando, per esempio, una scena di combattimento, poteva dirmi: “Prenda lui e lo metta lì, sulla piazza”. E io: “Okay”. Poi indicava un altro e diceva: “Prenda quel ragazzo”. E io pensavo: “Davvero?”. È fantastico. Quando ero più giovane avevamo qualcosa di simile: quella stessa energia, quella voglia di andare sempre avanti, di fare le cose senza pensarci troppo. Oggi Channing è naturalmente più maturo, ma quando l’ho incontrato ho riconosciuto immediatamente qualcosa di familiare. Il ragazzo che ho conosciuto allora mi è rimasto nel cuore. E lo amo ancora.
Intervista pubblicata su Taxidrivers