‘Giò Di Tonno’: nessuna paura della diversità

Il protagonista di Notre-Dame de Paris ritorna nei panni di Quasimodo

Giò Di Tonno arriva con il passo di chi non ha bisogno di farsi notare, eppure ci riesce. Il cappellino calato sulla fronte, l’altezza imponente che dà verticalità anche alla stanza più anonima, e il cappotto lungo che non serve soltanto a riparare dal freddo, ma racconta una storia, anzi tante. Esperienze che si portano addosso come cicatrici: non per mostrarle, ma perché fanno parte di sè. Da sempre in equilibrio tra musica e teatro, ha attraversato lo spettacolo italiano senza rinnegare nessuna delle due anime. Dalla vittoria al Festival di Sanremo nel 2008, in coppia con Lola Ponce, a ruoli che hanno lasciato un segno profondo – su tutti Quasimodo in Notre Dame de Paris – trasformato nel tempo in un vero alter ego emotivo ed esistenziale. Oggi si prepara a rivestirne i panni con un nuovo tour, in partenza da Milano. Con la stessa intensità di sempre, come racconta in questa intervista.

Ritorna nel ruolo di Quasimodo in Notre-Dame de Paris: mi racconta questo questo personaggio dal punto di vista emotivo?

È un ruolo estremamente intenso, perché rappresenta l’emarginato per antonomasia: il diverso, segnato da un disagio fisico e allontanato da tutti. Interpretarlo significa assumersi una grande responsabilità, un peso che ho sentito soprattutto negli ultimi anni. All’inizio mi concentravo sulla costruzione estetica del personaggio: fisicità, mimica, vocalità, ma col tempo è emerso ciò che va oltre la tecnica. Crescendo, ho capito quanto fosse fondamentale restituire dignità al personaggio. Il suo messaggio, in fondo, è non avere paura della diversità. Ed è proprio questo ad aver fatto la differenza.

Nel musical I Tre Moschettieri è stato interprete e autore delle musiche. Com’è nata questa doppia veste?

Ne I Tre Moschettieri interpreto Athos, uno dei protagonisti. La passione per la scrittura e la composizione nasce da lontano: scrivo da sempre. Non è che prima non ci credessi, in quel momento, però, mi sono sentito davvero pronto per mostrarmi al pubblico anche in questa veste. L’ho fatto con uno spettacolo ambizioso e complesso: quaranta canzoni e un romanzo di quasi mille pagine ridotto in poco più di due ore. Un lavoro inponente, tutt’altro che semplice, ma il riscontro del pubblico ha ripagato ogni sforzo.

Come nasce una canzone per un musical?

Nel teatro musicale, quando si parte da un’opera letteraria, esistono paletti ben precisi: quelli della storia. Il nostro intento — mio e dell’autore dei testi, Alessandro Di Zio — era restare fedeli all’originale. L’ispirazione nasce da ciò che immagini. Molti personaggi non sono descritti in modo minuzioso, e questo lascia spazio alla fantasia. Inoltre, nel teatro non esistono i limiti della canzone pop: un brano può durare sei o sette minuti per raccontare una scena complessa, oppure appena un minuto per collegare due momenti. Da questo punto di vista, il teatro offre una libertà enorme.

Da Lola Ponce a Graziano Galatone, quanto contano le amicizie nel lavoro?

L’esperienza di Sanremo con Lola è nata quasi per caso. Dopo Notre-Dame de Paris, Gianna Nannini cercava interpreti per una sua canzone legata all’opera rock, Piede Tolomei, che poi non andò in scena. A quel punto pensarono a noi: il produttore era David Zard, lo stesso di Notre-Dame. Fu un’occasione inaspettata, che ci ha legati artisticamente. Con Graziano Galatone, invece, ho condiviso moltissime esperienze. Quando c’è sintonia, il desiderio di lavorare insieme nasce in modo naturale. Ma in teatro servono professionisti solidi: l’amicizia da sola non basta. Ne I Tre Moschettieri, loro erano perfetti.

Come vede oggi il panorama culturale italiano, tra teatro e cinema?

È una domanda complessa. Da spettatore, nel cinema avverto spesso una mancanza di sceneggiature forti, nonostante ci siano attori e registi straordinari. A volte si vedono film che sembrano occasioni mancate, con poche idee davvero nuove. Forse sulla scrittura si dotrebbe investire di più. Nel teatro musicale, dopo il Covid c’è stata una ripresa, seguita da un leggero calo. Sarebbe importante puntare su storie inedite, con una forte identità italiana. Le produzioni estere, spesso, faticano a coinvolgere fino in fondo il nostro pubblico.

Guardando al passato, cosa direbbe oggi al Giò bambino?

Gli direi che ha fatto bene a crederci. Non ho mai avuto un piano B, e in questo mi sento un privilegiato: faccio il mestiere che ho sempre desiderato. Ho iniziato a suonare il pianoforte a otto anni e già a undici sapevo cosa volevo fare. Non è stato facile, anche se può sembrare semplice raccontarlo così. Il teatro è il mio habitat naturale: è lì che sto bene.

Intervista pubblicata sul quotidiano La Sicilia