‘Don Chisciotte’: un eroe fuori dal tempo

Fabio Segatori firma un film fisico e visionario: Alessio Boni è un cavaliere ostinato che crede ancora negli ideali, tra paesaggi del Sud Italia e un cinema che rifiuta l’artificio

Ci sono storie che non invecchiano. Al massimo restano in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di crederci ancora. Al Bifest arriva un Don Chisciotte che non prova a essere moderno e, proprio per questo, lo diventa. Il regista Fabio Segatori parte da un’immagine semplice e potentissima: Miguel de Cervantes, ferito nella battaglia di Lepanto, giace in un ospedale di Messina. Tra febbre e allucinazioni prende forma una figura ostinata, fuori misura, destinata a diventare mito. È Don Alonso Quijano, un uomo che sceglie di vivere nei libri fino a dissolversi in essi. Si fa cavaliere errante, diventa Don Chisciotte della Mancia, elegge Dulcinea a dama ideale e trascina con sé Sancio Panza, sedotto dalla fragile e irresistibile promessa di un castello da governare.

Alessio Boni in una scena del film

Il film punta su ciò che oggi appare quasi rivoluzionario: il testo, gli attori, i luoghi. Don Chisciotte attraversa castelli medievali a picco sul mare, spiagge incontaminate e distese arse dal sole. Il Sud Italia si trasforma in uno spazio reale e mitico, una terra sospesa dove l’immaginazione resta plausibile. Il regista non si limita a raccontare il mito: lo interroga, lo attraversa, lo riporta alla sua origine più fragile e umana. Il suo Cervantes non è soltanto il padre di Don Chisciotte, ma il suo doppio segreto, uno specchio febbrile che alterna realtà e invenzione con una naturalezza ipnotica. Alessio Boni interpreta il cavaliere dalla triste figura con sorprendente delicatezza, evitando ogni caricatura: il suo Don Chisciotte non è un folle ridicolo, ma un visionario ostinato, capace di credere quando il mondo ha smesso di farlo. La voce, lo sguardo, la postura raccontano una nobiltà priva di eroismo, ma profondamente umana. Accanto a lui, il Sancio Panza di Fiorenzo Mattu, è molto più di una spalla comica: è il contrappunto concreto, l’ancora che tiene il racconto legato alla realtà. Il loro rapporto, fatto di promesse impossibili e fiducia è uno dei cuori pulsanti del film.

Una scena tratta dal film

Insieme attraversano un mondo che li deride, li inganna, li respinge, senza riuscire mai a spegnerli del tutto. È la crudeltà: quella dei nobili annoiati, delle beffe, dell’umiliazione. Don Chisciotte viene tradito, rinchiuso, riportato a casa in gabbia come un animale esotico. La sua sconfitta è inevitabile, e proprio per questo ancora più dolorosa. Ma anche nel momento più buio resta intatta quella purezza disarmante che rende il personaggio eterno. È un cinema concreto. Così come il mulino a vento, costruito per essere affrontato. E quando Boni si scaglia contro di lui, volando a testa in giù, si capisce che non è solo una scena: è un gesto. Un’idea di cinema, prima ancora che di racconto. Il finale, con Cervantes che riapre gli occhi nella notte siciliana, chiude il cerchio con una semplicità emozionante. Non c’è trionfo né redenzione: solo la consapevolezza che dalla guerra, dal dolore e dalla perdita può nascere qualcosa di ostinatamente luminoso. Perché Don Chisciotte, in fondo, è questo: non la storia di un uomo che combatte contro i mulini a vento, ma quella di un’idea che rifiuta di morire. 

Questa recensione è stata pubblicata su Hot Corn

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