‘Luca Capuano’: l’arte di non fermarsi mai

Dalle tournée senza sosta al successo in Tv, Luca Capuano ripercorre venticinque anni di carriera e racconta il suo percorso al Cortinametraggio.

A Cortina l’aria è tersa, il tempo sembra rallentare e il cinema trova una dimensione più intima. E qui, tra le montagne e l’atmosfera sospesa di Cortinametraggio, incontro Luca Capuano. Volto familiare della fiction italiana, attraversa da oltre venticinque anni il mondo dello spettacolo con una naturalezza che nasce dal teatro e si è trasformata, nel tempo, in una presenza solida sul piccolo schermo. Lo sguardo curioso, la voce pacata, racconta il suo percorso senza costruzioni, con quella misura che appartiene a chi ha imparato il mestiere facendolo, giorno dopo giorno. Dalle tournée interminabili agli esordi davanti alla macchina da presa, fino ai ruoli più complessi e sfaccettati che predilige, il suo è un viaggio fatto di ricerca continua, di cambiamento e di libertà, tra popolarità e bisogno di evoluzione, tra il desiderio di non restare mai uguale e quello di continuare a sorprendersi, come lui stesso racconta.

Ritorna a Cortinametraggio. Cosa le piace di questo festival?

Si creano sinergie straordinarie tra persone interessanti. Maddalena riesce a costruire un cast artistico variegato, fatto di personalità stimolanti con cui è un piacere confrontarsi. C’è la possibilità di vedere molti cortometraggi, opere che non hanno ancora una diffusione ampia come i lungometraggi. Eppure si tratta di lavori straordinari, capaci di condensare in pochi minuti tecnica, emozione e racconto, insieme all’originalità dell’idea. Per tutti questi motivi sono davvero contento di essere qui.

Come ha iniziato a recitare?

Sono autodidatta e ho avuto la fortuna di incontrare lungo il percorso maestri che mi hanno trasmesso tantissimo, aiutandomi a capire che quella era la mia strada. Non ho seguito una formazione accademica: ho cominciato nel 2000 e solo in seguito ho affiancato lo studio. I primi anni li ho trascorsi in tournée, quando si restava in giro anche otto mesi: viaggiavo continuamente, praticamente tutto l’anno. Era una vita che amavo, tanto che mi definivo uno “zingaro di lusso”: itinerante, senza fissa dimora per mesi, ma con il privilegio di esibirmi nei palcoscenici più importanti d’Italia. Luoghi straordinari, veri gioielli come Napoli, Palermo, Firenze… ma, più ancora delle città, erano quegli spazi a incantarmi.

C’è un ruolo al quale è più legato?

Mi attraggono i personaggi tormentati, quelli che spesso vengono etichettati come “cattivi”. Sono più complessi e quindi più interessanti da approfondire. Dietro ogni personaggio c’è un’umanità fatta di sfumature. Quelli positivi rischiano talvolta di essere raccontati in modo più lineare, per questo trovo più stimolanti i ruoli ambigui, pieni di contraddizioni.

Parliamo de Il Paradiso delle Signore: cosa l’ha colpita del suo personaggio?

La serie è ambientata negli anni Sessanta e racconta un uomo di un’altra epoca. Ciò che oggi diamo per scontato, allora rappresentava una conquista. Anche il divorzio, ad esempio, non esisteva ancora: il mio personaggio vive una situazione complessa, perché non sta più con la moglie ma non può separarsi davvero, ed è innamorato di un’altra donna. Raccontare questo contesto è stato molto interessante. Inoltre, il set si distingue per una forte dimensione artigianale: abiti, scenografie e oggetti sono realizzati con grande cura da professionisti straordinari. È una vera e propria industria.

Ha mai avuto paura di restare incasellato in un personaggio?

Più che paura, ho sempre sentito il bisogno di cambiare, di cercare nuove emozioni e continuare a crescere. Ho partecipato a serie molto lunghe come CentoVetrine o Le tre rose di Eva: il rischio è di non divertirsi più e, se viene meno il piacere, questo lavoro perde senso. Però riconosco che la popolarità che ti danno le serie è unica: il pubblico si affeziona e ti sente parte della famiglia.

Di recente ha partecipato alla miniserie Una nuova vita, con Anna Valle.

È stata una partecipazione breve, accettata soprattutto per affetto verso una produzione che ha fatto molto per me. Il mio personaggio scompare subito, ma è attorno alla sua figura che si sviluppa l’intera storia. Abbiamo girato a Madonna di Campiglio ed è stato meraviglioso: amo la natura e la montagna, quindi l’esperienza è stata ancora più speciale.

Dopo 25 anni di carriera, cos’è cambiato nel suo modo di recitare?

Si è evoluto insieme a me. La ricerca e lo studio sono un processo continuo: ancora oggi seguo workshop e mi confronto con registi e attori, perché c’è sempre qualcosa da imparare. Il modo di recitare cambia, inevitabilmente, con la persona che sei.

C’è un regista con cui le piacerebbe lavorare?

Mi interessano soprattutto i registi che amano lavorare con gli attori e costruiscono insieme a loro. Il cinema è un lavoro collettivo. Ci sono registi molto tecnici, con una visione forte, ma io preferisco quelli che condividono il processo creativo. In Italia ce ne sono molti: penso, ad esempio, a Muccino, con la sua passione viscerale, o a Ferzan Özpetek, che ha un rapporto molto diretto con gli attori.

Intervista pubblicata su Hot Corn