‘Cristiano Caldironi’: la fragilità è la mia forza al servizio del personaggio

Dalla solidarietà di Lorenzo in Il canto di Alina ad Arrigo Sacchi nella serie dedicata a Marco van Basten, l’attore racconta il suo metodo, il rapporto con la propria sensibilità e il desiderio di interpretare personaggi lontani da ogni stereotipo

cristiano caldironi

Cristiano Caldironi non ha la faccia dell’eroe convenzionale, e forse è proprio questo a renderlo interessante. Il suo volto non sembra inseguire un ideale di perfezione, ma custodire qualcosa di più umano: le contraddizioni, le fragilità, le zone d’ombra che rendono un personaggio credibile. Lui, del resto, non cerca di correggerle. Al contrario, le considera una possibilità espressiva, uno spazio da cui partire per costruire uomini che sbagliano, si perdono, sorprendono. In Il canto di Alina è Lorenzo, un uomo solitario che davanti al dolore di una sconosciuta scopre una forma inattesa di solidarietà; nella serie dedicata a Marco van Basten si trasforma in Arrigo Sacchi, arrivando a perdere diciassette chili per avvicinarsi alla corporatura dell’allenatore. Due ruoli diversi, un’unica ricerca: trovare nel corpo la strada per arrivare all’anima.

È da qui che prende le mosse la nostra conversazione telefonica, durante la quale Caldironi racconta il suo modo di intendere la recitazione e il rapporto, spesso complesso, tra l’attore e i personaggi che interpreta. Se sul palco la sua energia può sembrare quella di un uomo estroverso, nella vita privata si descrive come introverso e timido. È da questo scarto, tra ciò che mostra e ciò che custodisce, che prende forma la sua ricerca: non imitare la vita, ma lasciarsi attraversare dalle sue contraddizioni.

Ne Il canto di Alina, interpreta Lorenzo, un uomo che si trova coinvolto nella fuga di una donna e che, progressivamente, passa dalla diffidenza alla solidarietà. Qual è stata la chiave per entrare in un personaggio che si confronta con una realtà così distante dalla propria quotidianità?

Credo che Lorenzo sia, inizialmente, vittima di una successione di eventi che lo trascinano in una realtà lontana dalla sua quotidianità. Eppure, nel corso della storia, avviene un passaggio interessante: da vittima diventa una sorta di compagno di viaggio. Non nel senso più convenzionale del termine, ma perché anche lui è un’anima solitaria e sofferente, che si ritrova accanto a un’altra anima altrettanto sola e ferita. Tra i due nasce gradualmente un punto di contatto e Lorenzo comincia, forse inconsapevolmente, a interrogarsi su ciò che sta accadendo e su quello che quell’incontro gli rivela di sé. Mi interessa molto questo passaggio, perché Lorenzo finisce quasi per assumere un ruolo salvifico, pur senza averne davvero l’intenzione. Non credo che i due riescano davvero a salvarsi; piuttosto, imparano ad accettare la presenza dell’altro e a condividere, almeno per un tratto, le rispettive fragilità. Mi piace immaginarli come due animali che si studiano con diffidenza, finché non nasce una fiducia reciproca. Il taxi diventa così un rifugio condiviso, una tana che, per Lorenzo, ha qualcosa di quella di un orso. Anche nella costruzione fisica del personaggio ho cercato di avvicinarmi a questa immagine, lavorando sui capelli, sulla barba e su una corporatura più massiccia. Può sembrare una scelta puramente estetica, ma non lo è. Come insegna Jacques Lecoq, non sempre si procede dall’interno verso l’esterno: a volte è proprio il lavoro sul corpo a permettere di entrare nel personaggio e di scoprirne aspetti che altrimenti faticheremmo a raggiungere.

Lorenzo non è un eroe tradizionale: non possiede gli strumenti per risolvere la situazione e non può cancellare il dolore che incontra. La sua scelta, tuttavia, è quella di non voltarsi dall’altra parte. Come ha lavorato su questa dimensione profondamente umana, evitando di trasformare il personaggio in una figura salvifica?

Mi sono basato soprattutto sul qui e ora, sull’ascolto e sulla capacità di restare dentro la situazione, lasciando che fossero gli eventi a suggerirmi le reazioni di Lorenzo. Per questo, ho cercato di non arrivare sul set con idee precostituite. Negli ultimi anni mi è capitato spesso di interpretare antieroi, e questa cosa mi gratifica. Mi interessa raccontare persone autentiche, anche nella loro fisicità, lontane da un ideale patinato. Qualcuno mi ha detto che non ho la faccia adatta a certi canoni; in realtà, proprio questa caratteristica mi permette di interpretare personaggi che perdono, che vincono e che si contraddicono. Ogni personaggio porta con sé anche una parte di fragilità. Se dovessi preoccuparmi di apparire bello e affascinante, probabilmente non farei questo mestiere. Progetti come Il canto di Alina mi danno la possibilità di esplorare l’animo umano e di raccontare persone nelle quali chiunque potrebbe riconoscersi. Ognuno di noi può imbattersi in qualcuno che ha bisogno di aiuto, senza dover necessariamente giudicare, parlare troppo o riempire l’altra persona di soluzioni. Penso, per esempio, alla scena in cui Lorenzo si prende cura di Johana: c’è un’attenzione che forse non ci aspetteremmo da un uomo come lui. È una persona che, almeno per quello che vediamo nel frammento di vita raccontato dal film, non sembra avere grandi progetti per il futuro. Poi accade qualcosa che probabilmente gli sconvolge l’esistenza.

Il film racconta la violenza senza mostrarla in modo esplicito: spesso sono soprattutto le conseguenze sul corpo a restituirne la brutalità. Quali sono state le scene che le hanno richiesto il maggiore impegno emotivo e psicologico?

Hai detto bene: la violenza non viene esibita. Per me il film è come uno schiaffo, anzi, più precisamente, una stretta allo stomaco. È una sensazione che avevo intuito già leggendo la sceneggiatura. Non amo la violenza esibita in modo gratuito, se può essere evitata. Le scene che mi hanno impegnato maggiormente sono state soprattutto due. La prima è quella del rapimento. È facile cadere negli stereotipi del rapito e del rapitore, dando per scontate le reazioni di entrambi. Ho cercato, invece, di lasciare che fosse Lorenzo a trovare il proprio modo di attraversare quel momento. La seconda è la scena nel bosco, quando Johana fugge e Lorenzo la ritrova rannicchiata. Lui potrebbe andarsene, ma decide di avvicinarsi e di aiutarla. Probabilmente non sa nemmeno lui se stia facendo la cosa giusta, e proprio questa incertezza rende il passaggio intenso. È stato un momento importante anche nella preparazione. C’è poi una sequenza in cui i due si separano: Lorenzo riprende la propria strada e, mentre guida, decide di fare inversione e tornare indietro. In quel caso ho dovuto lavorare molto sulla sottrazione. La mia sensibilità personale è forse più accentuata di quella del personaggio e dovevo evitare di attribuirgli emozioni che non gli appartenevano. A me dispiaceva andarmene; Lorenzo, però, era più confuso di me. Io e lui, in quel momento, non eravamo altrettanto lucidi. Ho trattenuto tutto durante la ripresa, che è stata lunga e girata interamente in auto, con la macchina da presa davanti al parabrezza. Quando è finita, ho abbassato il finestrino e sono scoppiato a piangere. Mi capita spesso di lottare con i personaggi: sento molto le emozioni e, a volte, devo frenarmi, altrimenti finirei per interpretare sempre persone pronte a piangere. Dopo, però, posso lasciarmi andare: a quel punto torno a essere Cristiano e posso permettermelo. Anche la scena in cui Lorenzo si prende cura di Johana è intensa, ma mi ha messo meno in difficoltà perché lì il personaggio deve essere pratico. Mi è tornato in mente il momento in cui mia madre è morta tra le mie braccia. Mentre stava morendo, sono riuscito a essere lucido. In certe situazioni l’adrenalina ti porta a concentrarti sull’azione. E Lorenzo fa lo stesso: prende in mano la situazione, prendendosi cura di lei e lasciandosi attraversare dalle emozioni solo dopo.

La decisione di Lorenzo di non restare estraneo a ciò che accade a Johana assume un significato che va oltre la vicenda individuale. Quanto parla al presente questa scelta, soprattutto rispetto al modo in cui la società guarda chi è in difficoltà?

Credo che la domanda contenga già parte della risposta. Mi sto occupando proprio di un progetto che riflette sulla capacità dell’essere umano di giustificare il proprio mancato coinvolgimento. Penso che il film offra uno spunto di riflessione in questa direzione. Lorenzo non giudica Johana e non si mette a stabilire che cosa sia giusto o sbagliato, neppure rispetto a ciò che è accaduto prima del loro incontro. È un uomo che agisce, anche se forse nella sua vita ha agito poco. In quel momento potrebbe andarsene e invece decide di fermarsi; potrebbe lasciarla al pronto soccorso e invece la porta a casa e si prende cura di lei. Forse ha imparato a sospendere il giudizio: vive, osserva e guarda ciò che gli accade intorno. E allora la domanda diventa anche un’altra: nel 2026 siamo ancora in grado di scegliere? Possiamo decidere se intervenire oppure no? Quanto potere abbiamo davvero nel modificare gli eventi? Non è una provocazione, ma una domanda aperta: quanto ci è consentito intervenire in ciò che succede e quanto, invece, dipende da noi? Anche questo potrebbe essere uno dei messaggi del film.

Nella serie dedicata a Marco van Basten, interpreta Arrigo Sacchi, una figura centrale nella storia del calcio italiano. Come si è preparato ad affrontare un personaggio così riconoscibile, anche fisicamente diverso da lui?

Per prepararmi al ruolo di Arrigo Sacchi ho affrontato un lavoro molto approfondito. La mia partecipazione è circoscritta a due episodi, perché la serie è incentrata soprattutto su Marco van Basten e sul suo dramma umano. È proprio questo aspetto ad avermi colpito: non si tratta semplicemente di una serie sul calcio, ma del racconto di un uomo e delle esperienze che hanno segnato la sua vita. Il mio personaggio si inserisce in una parte del suo percorso, caratterizzata anche dal confronto tra due personalità forti, quasi due galli nel pollaio. Come emerge dalla biografia di van Basten, le idee di Sacchi non sempre coincidevano con le sue, e questo alimentava una certa tensione, che si riflette anche nelle scene che li vedono insieme. Nonostante il ruolo sia relativamente breve, ho voluto affrontarlo con il massimo impegno, anche sul piano fisico: ho perso diciassette chili per avvicinarmi alla corporatura di Sacchi, passando dal fisico che avevo ne Il canto di Alina a una figura più adatta al personaggio. La produzione ha apprezzato molto questo sforzo. Ho dedicato mesi allo studio di tutto il materiale che riuscivo a reperire: interviste, podcast, registrazioni audio e video, oltre alle partite. Non essendo un appassionato di calcio e non conoscendone a fondo le dinamiche, ho dovuto studiare anche le regole e imparare a leggere il gioco. Inizialmente ho guardato le partite con i miei occhi, poi ho cercato di rivederle attraverso lo sguardo di Sacchi, per comprendere il suo modo di intendere il calcio e il legame che stabiliva tra questo sport, la vita e i rapporti umani. Ho letto anche i suoi diari, nei quali annotava le partite e le proprie riflessioni. Quando si interpreta un personaggio, indipendentemente dall’importanza o dall’ampiezza del ruolo, è necessario immergersi completamente nella sua realtà. Sacchi è una persona realmente esistita e non avrei potuto affrontarlo con superficialità. Inoltre, tutte le mie scene sono con l’attore che interpreta van Basten: sentivo quindi la responsabilità di sostenerle al meglio, lavorando sul personaggio con la stessa cura che riserverei a un protagonista. Anche quando la presenza sullo schermo è limitata, bisogna restituire al personaggio tutta la sua complessità umana e narrativa.

Sacchi è stato spesso imitato e raccontato attraverso la sua personalità forte e il suo temperamento diretto. Come ha lavorato per restituirne l’autenticità senza cadere nell’imitazione? E quanto ha trovato del suo metodo di lavoro nel rigore con cui l’allenatore preparava i suoi giocatori?

Dopo I delitti del BarLume ho avuto soltanto pochi giorni per cambiare completamente registro, soprattutto per quanto riguarda l’accento. Per fortuna, sia il personaggio che interpretavo prima sia Sacchi hanno una provenienza che mi ha aiutato, anche se gli accenti non sono tutti uguali. Non ho potuto rasarmi completamente come lui, ma il lavoro di trucco è stato eccellente e credo che, anche fisicamente, il risultato sia molto convincente. Arrigo Sacchi è un uomo diretto, istintivo, che parla con il cuore e con la pancia. Non è un personaggio costruito e non passa inosservato. Proprio per questo, però, il rischio è quello di caratterizzarlo troppo, anche perché nel tempo è stato imitato molte volte. Ho cercato di allontanarmi dall’imitazione e di renderlo il più umano possibile, rispettandone la romagnolità e il temperamento, senza trasformarlo in una caricatura. Studiandolo, ho trovato anche alcuni punti di contatto con il mio modo di lavorare. Insegno recitazione e, quando preparo una scena o propongo un esercizio ai miei allievi, non mi fermo finché non sento che è successo qualcosa dall’altra parte. Sacchi chiedeva ai suoi giocatori il massimo, cercava di portarli al limite delle loro possibilità. A volte un talento pensa che, una volta arrivato in campo, tutto verrà da sé. In realtà, il risultato arriva se c’è stata preparazione. Dico spesso ai miei allievi che recitare non significa limitarsi a pronunciare le battute in modo naturale e credibile. Se bastasse essere uguali al personaggio, avrebbero scelto me soltanto se fossi stato identico a Lorenzo o a Sacchi. Il lavoro dell’attore consiste nel portare parti di sé dentro un comportamento e una fisicità che non gli appartengono. La mia sensibilità è al servizio del personaggio, non il contrario. È un po’ come accade nella pittura: Caravaggio e Monet sono due maestri, entrambi dipingono, ma hanno punti di vista molto diversi. Anche un attore deve trovare il proprio sguardo senza interpretare sempre e soltanto se stesso.

cristiano caldironi

Interpretare una figura iconica come Arrigo Sacchi significa confrontarsi con l’immaginario e le aspettative del pubblico. Quanto teme il giudizio degli spettatori sul proprio lavoro?

Sì, sarei ipocrita a dire di no. A Sacchi mi sono affezionato e ho lavorato molto per costruirlo. È un po’ come realizzare un vaso di Murano: lo fai con cura, poi qualcuno può apprezzarlo, comprarlo oppure no. Naturalmente il personaggio deve essere funzionale al progetto e alla serie, ma è anche il mio modo di esprimermi. Recitare è il mio lavoro. Si dice spesso agli attori di non avere paura del giudizio, ma il lavoro dell’artista passa anche attraverso lo sguardo del pubblico. Un film deve essere visto e, se vuoi continuare a lavorare, deve riuscire a raggiungere le persone.

Nel suo percorso, ha attraversato esperienze differenti, da Zelig alla comicità e all’intrattenimento. Quanto hanno contribuito questi linguaggi alla formazione della sua identità artistica? E quanto è importante sapersi muovere tra generi diversi senza perdere la propria cifra espressiva?

Qualcuno potrebbe interpretare questa versatilità come una mancanza di identità o di una precisa firma artistica, ma io non la vedo così. In ogni progetto ho cercato di portare il mio sguardo, senza limitarmi a replicare qualcosa che avevo già visto o fatto. Ho esplorato anche il mondo del clown, una figura che dall’esterno può sembrare semplicemente destinata a far ridere, ma che in realtà è molto più complessa e spesso profondamente triste. Il clown non cerca necessariamente di provocare una risata: compie delle azioni e il pubblico ride. Non è un buffone, né qualcuno a cui cadono i pantaloni davanti agli spettatori. La comicità, infatti, ha bisogno di un contrappeso drammatico. Più una situazione è leggera, più bisogna restare saldi a terra; altrimenti si rischia di volare via insieme all’aquilone e di perdere ogni credibilità. Anche una battuta funziona perché, in qualche modo, riusciamo a crederle. Ho fatto spettacoli dal vivo, presentato gli stunt show di Mirabilandia e lavorato nell’intrattenimento. Eppure, anche in queste esperienze, la dimensione comica è sempre stata accompagnata da una componente più drammatica. Sono una persona introspettiva, forse persino seria. Ho perso i miei genitori presto e questa esperienza ha lasciato in me una sensibilità particolare. Allo stesso tempo, però, mi considero una persona leggera, che ogni tanto ha bisogno di giocare per trovare un po’ di respiro. I ruoli comici mi hanno aiutato spesso a convivere con la mia natura introversa e timida. Sul palco riesco a esprimere una parte di me che, nella vita privata, rimane più nascosta. Posso sembrare molto estroverso davanti al pubblico e, allo stesso tempo, essere riservato nella quotidianità: sono due aspetti della stessa persona. Dentro di me convivono un bambino che ha ancora voglia di giocare e un adulto che, ogni tanto, sente il bisogno di fermarlo e riportarlo alla realtà. Ho imparato, però, che non bisogna rinunciare a quella dimensione giocosa: è una parte importante di me, che mi ha regalato molte soddisfazioni e mi permette, ancora oggi, di trovare un equilibrio tra leggerezza e introspezione.

C’è un personaggio che desidera interpretare da tempo e che non ha ancora avuto occasione di affrontare?

Vorrei interpretare un cattivo vero, senza mezze misure. Mi piacerebbe fare un personaggio davvero spietato, uno di quelli che non hanno bisogno di essere giustificati a ogni costo. Penso a un cattivo come quelli di Bastardi senza gloria: una figura che può risultare sgradevole e inquietante, ma che allo stesso tempo esercita un fascino difficile da spiegare. Non necessariamente uno psicopatico. Mi piacerebbe esplorare una zona d’ombra, lavorare su un personaggio problematico e capire che cosa succede quando una persona con una sensibilità forte si confronta con la cattiveria. Se mettessi quella sensibilità dentro un ruolo davvero oscuro, potrebbe nascere un miscuglio interessante, ricco di sfumature psicologiche. Mi piacciono i personaggi che non sono soltanto cattivi, ma che riescono a creare un rapporto ambiguo con chi li guarda: li detesti, eppure ne subisci il fascino. Ci sono antagonisti che vorresti vedere scomparire dalla storia e altri che, nonostante tutto, riescono a suscitare empatia. È proprio questa contraddizione che mi piacerebbe esplorare. Quanto agli eroi, non so: magari potrei fare Shrek. In fondo è un eroe anche lui, e Fiona lo è altrettanto. Mi basterebbe ingrassare un po’ e dipingermi di verde!

La possibilità di interpretare un antagonista permette di esplorare le contraddizioni dell’animo umano. È proprio questa ambiguità, la capacità di rendere comprensibile un personaggio senza necessariamente giustificarlo, ad attrarla?

Forse sì. Mi piace l’idea che anche in un personaggio oscuro possa esserci qualcosa che lo renda comprensibile, senza per questo giustificarlo. È lì che si apre uno spazio interessante per l’attore: puoi giocare con la cattiveria, ma anche con la sensibilità, e vedere che cosa nasce dal loro scontro. In fondo, penso spesso al nutrimento: mi vengono in mente l’amore e il cibo, perché entrambi nutrono. Non parlo soltanto del mangiare, ma di ciò che ci permette di vivere e di lavorare, di quello che alimenta l’anima. Mi piace pensare anche ai personaggi in questo modo: come a qualcosa che, mentre lo interpreti, ti mette in discussione e ti lascia qualcosa.