Linda Messerklinger: “Il bello di essere attrice è poter continuare a trasformarsi”
LINDAMESSERKLINGER

Ph. Ivan Cazzola

Da I casi di “Teresa Battaglia – Figlia della cenere” a “Sotto a chi tocca” e “La vendetta delle formiche”. L’attrice si racconta tra sensibilità, ricerca artistica, maternità e nuovi desideri professionali.

Il suo sorriso arriva prima delle parole, illumina il volto e restituisce immediatamente qualcosa del suo temperamento: una disposizione naturale alla leggerezza, una curiosità mai sopita, il piacere di stare dentro le cose con partecipazione. Linda Messerklinger ha un’eleganza che non sembra cercata. I capelli scuri incorniciano un viso dai lineamenti delicati, gli occhi chiari hanno uno sguardo vivace e attento, mentre il sorriso, aperto e spontaneo, lascia intuire una personalità capace di alternare ironia e sensibilità. Durante la nostra conversazione su Zoom, questa naturalezza emerge con immediatezza: si racconta con entusiasmo, passando dai ricordi ai progetti futuri, senza perdere la curiosità che accompagna ogni sua scelta.

Attrice, cantante, danzatrice, Messerklinger appartiene a quella categoria di interpreti per i quali il mestiere diventa un modo di attraversare la vita. Nelle sue parole c’è l’entusiasmo di chi ha conservato la curiosità della bambina che sognava di recitare, ballare e raccontare storie, ma anche la consapevolezza di una donna che ha imparato a riconoscere il valore delle proprie fragilità e delle esperienze che la trasformano.

Lo si comprende parlando dei suoi personaggi, da Rita ne I casi di Teresa Battaglia – Figlia della cenere a Franca in Sotto a chi tocca, fino a Linda ne La vendetta delle formiche. Tre donne differenti, che l’attrice avvicina cercando sfumature, contraddizioni e verità interiori. Nel suo racconto ritorna il desiderio di imparare, sperimentare e lasciarsi sorprendere. Perché, come dice lei stessa, una delle cose più belle del mestiere dell’attrice è poter continuare a diventare qualcosa di diverso da sé.

Ne I casi di Teresa Battaglia – Figlia della cenere, il personaggio di Rita entra in un’indagine attraversata da segreti e ferite del passato. Qual è stata la chiave per costruirlo e quali aspetti della sua personalità ha cercato di far emergere senza renderli immediatamente leggibili allo spettatore?

Mi piace questa osservazione, perché è proprio sugli aspetti meno immediatamente leggibili che noi attori cerchiamo di lavorare in profondità. Nel caso di Rita, la sceneggiatura ne delineava già alcuni tratti, lasciando tuttavia spazio per esplorarne le sfumature. È una figura coinvolta nelle indagini e legata a Teresa, ma della quale sappiamo relativamente poco. La incontriamo in un momento di profonda crisi. Una delle difficoltà di queste produzioni è conciliare le esigenze narrative con la complessità emotiva dei personaggi. Chi viene coinvolto nelle indagini deve fornire informazioni e rispondere alle domande, spesso subito dopo aver appreso la morte di una persona cara. Nella realtà avrebbe probabilmente bisogno di tempo per elaborare il lutto; in una serie poliziesca, invece, è chiamato quasi immediatamente a parlare e a confrontarsi con gli altri. La mia sfida è stata restituire il dolore e il disorientamento di Rita, quella condizione di sospensione in cui si fatica ancora a comprendere ciò che è accaduto. Mi interessava soprattutto il contrasto tra la sofferenza vissuta interiormente e ciò che il personaggio riesce a esprimere all’esterno. La scena in cui Rita apprende della morte del padre è stata anche la prima che ho girato, proprio nel mio giorno d’esordio sul set. Elena Sofia Ricci e Kiko Rosati, il regista, mi hanno accolta con grande calore, facendomi sentire subito parte di una troupe che lavorava insieme da anni. Dovevo ancora prendere confidenza con i ritmi del gruppo, ma entrambi mi hanno sostenuta e aiutata a entrare nel clima del lavoro.

Rita sembra condividere con Teresa una certa difficoltà a esprimere i propri sentimenti e a lasciar emergere le ferite del passato. Come ha lavorato su questo aspetto?

Ho cercato di costruire Rita partendo proprio da questa difficoltà a esprimere i sentimenti, che in qualche modo la accomuna a Teresa. Entrambe sono donne che custodiscono le proprie ferite e faticano a lasciarle emergere. Per restituire questo tratto ho lavorato sulla rigidità, sulla tensione del corpo e su quei gesti appena accennati che riescono a comunicare emozioni senza bisogno di parole. Il confronto con Elena Sofia Ricci è stato importante proprio nella costruzione della loro relazione. Nelle scene insieme, spesso erano i silenzi, gli sguardi e i movimenti più impercettibili a rivelare ciò che i dialoghi lasciavano in sospeso. Anche su questo piano ho trovato in lei un’alleata straordinaria.

Elena Sofia Ricci ha dato vita a Teresa Battaglia, un personaggio complesso e lontano dagli stereotipi del poliziesco. Che cosa l’ha colpita della sua interpretazione e quanto ha contribuito il confronto con lei alla costruzione del suo personaggio?

Di Elena mi hanno colpita soprattutto l’intelligenza e la sensibilità, maturate attraverso le esperienze professionali e personali. Non è una questione anagrafica o di carriera, ma del tipo di persona che è. Lei stessa ha raccontato quanto si sia appassionata fin dall’inizio a Teresa, anche per il suo interesse verso la psicologia, l’essere umano e i meccanismi della nostra psiche. È uno sguardo che si riflette nella capacità di interrogarsi sulla possibilità di evolvere, riconoscendo quanto il passato possa condizionare il presente e individuando gli aspetti di sé che si vorrebbero trasformare. Credo che abbia realizzato un lavoro bellissimo e molto personale. Una delle qualità della serie nasce proprio dal legame profondo che è riuscita a instaurare con Teresa. Anche per me entrare in un progetto così ricco di sfumature psicologiche e dare volto a Rita è stato particolarmente stimolante. Sul set ho trovato un clima di grande libertà espressiva, che mi ha permesso di sentirmi a mio agio e di proporre il mio contributo. Il confronto con Elena è stato quindi un’esperienza molto piacevole e arricchente.

Ph. Annalisa Flori

Quanto conta l’intesa tra gli attori nella costruzione di una scena, soprattutto quando i personaggi sono chiamati a mantenere una certa distanza emotiva?

In produzioni di questo tipo, il tempo per costruire i personaggi insieme prima delle riprese è limitato: si arriva sul set e si entra subito nel vivo del lavoro. La sintonia si sviluppa soprattutto attraverso la scena, grazie all’ascolto reciproco e alla capacità di trovare una chiave interpretativa comune. Il dialogo cambia naturalmente a seconda delle situazioni. Penso, per esempio, ai primi incontri tra Teresa e Rita: le due donne non si conoscono ancora. Da una parte c’è una persona sopraffatta dal dolore, dall’altra una professionista che cerca di entrare in sintonia con lei, ma deve comunque portare avanti un’indagine. In quel momento è necessario mantenere una certa distanza. Trovo interessante proprio questo equilibrio: noi attori cerchiamo di sostenerci e di mettere a proprio agio chi condivide la scena con noi, ma dobbiamo anche interpretare personaggi che, in determinate circostanze, si trovano in situazioni tutt’altro che confortevoli. Per noi è stato quasi un battesimo del fuoco. Scherzavamo con Kiko, dicendo che la volta successiva avremmo dovuto fare qualcosa di divertente tutti insieme. Il mio personaggio, infatti, era attraversato soprattutto dal dolore e lasciava poco spazio ad altre sfumature.

La serie si muove nei territori del noir psicologico e il personaggio di Rita appartiene a un universo narrativo cupo, nel quale anche i silenzi possono avere un peso determinante. Qual è stata la difficoltà maggiore nel rappresentarlo?

La difficoltà maggiore è stata trovare una chiave interpretativa che mi permettesse di conciliare il dolore per la morte del padre con la necessità, per Rita, di rispondere alle domande e collaborare con le indagini. Doveva riuscire a mantenere una certa lucidità senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni. Il dolore, del resto, può manifestarsi in modi molto diversi, ed è proprio questo che trovo interessante nella costruzione di un personaggio: capire come ciascuno reagisce alla sofferenza. In questo caso non avevamo molto spazio per soffermarci sul lutto, perché la scena richiedeva un dialogo nel quale le emozioni dovevano rimanere contenute. È una delle difficoltà del nostro mestiere, soprattutto quando ci troviamo ad affrontare quelle che, con un po’ di ironia, chiamiamo scene esplicative, nelle quali bisogna trasmettere molte informazioni senza perdere naturalezza. Credo che siamo riusciti a trovare il giusto equilibrio, lasciando emergere il dolore senza renderlo troppo esplicito. Ho lavorato anche sull’appartenenza geografica di Rita, cercando di restituirla attraverso il linguaggio. Mi sono fatta aiutare da un mio parente che vive a Udine da tanti anni e che mi ha permesso di familiarizzare con quelle sonorità. È uno degli aspetti che amo di più nella costruzione di un personaggio: trovare un ritmo diverso nel parlare e nell’esprimermi, allontanarmi dalle mie abitudini e lasciarmi sorprendere da ciò che emerge. Avevo già affrontato un lavoro simile con il personaggio di Isarocca, o ai tempi di Faccia d’angelo, quando avevo studiato il veneto. Anche allora il risultato era stato convincente: in molti pensavano che fossi veneta. Per me lo studio dell’accento è uno strumento di ricerca, una possibilità per dare vita a una donna tridimensionale, con una propria identità e una verità diversa dalla mia. Il friulano ha sonorità molto particolari e non è semplice da riprodurre. Avendo una certa familiarità con il veneto, dovevo prestare attenzione a non lasciarmi condizionare da quella cadenza. È stato comunque un esercizio stimolante. Anche in questo percorso Kiko ed Elena mi hanno lasciata libera di sperimentare e di proporre le mie soluzioni, e ho apprezzato molto la fiducia che mi hanno accordato.

Ph. Andrea Pirrello

In Sotto a chi tocca, film con Giorgio Pasotti, un colloquio di lavoro si trasforma in un gioco psicologico. Qual è stato il punto di partenza per costruire Franca e restituirne le contraddizioni e le vulnerabilità?

Fin dalla prima lettura, l’apertura del film mi ha offerto una chiave per avvicinarmi a Franca. La vediamo a casa, mentre si prepara ad accompagnare i figli a scuola. Ho scelto di partire proprio dalla sua dimensione materna, che emerge attraverso situazioni concrete e familiari: il ritardo, gli orari da rispettare, il traffico. Sono dettagli della quotidianità che mi hanno permesso di entrare nella vita del personaggio e comprenderne le dinamiche, prima di confrontarmi con gli aspetti più concettuali della storia. Il film ha una struttura fortemente simbolica: i personaggi rappresentano, in qualche misura, la corsa al successo e la competizione che caratterizzano la società contemporanea. C’è una componente volutamente teatrale, legata anche all’origine del progetto, tratto da una pièce. Non ho avuto bisogno di costruire una maschera dall’esterno, perché le diverse stratificazioni dei personaggi erano già presenti nel testo. Il lavoro è stato piuttosto quello di trovare un’intesa tra le diverse interpretazioni, facendo in modo che ciascuno potesse abitare il proprio ruolo senza rendere troppo evidente il meccanismo della recitazione.

Il film nasce da una pièce teatrale ed è costruito su dialoghi serrati e dinamiche precise. Come si è svolto il lavoro con Giorgio Pasotti, protagonista e regista del film?

Ci siamo affidati molto gli uni agli altri. A differenza di altre esperienze cinematografiche, in cui c’è più tempo per confrontarsi prima delle riprese, in questo caso era importante raggiungere fin da subito una visione condivisa. Abbiamo fatto alcune prove, indispensabili per trovare la giusta intesa, e Giorgio aveva le idee molto chiare. Avendo già portato in scena la pièce, conosceva bene il materiale e sapeva come tradurlo sullo schermo. Credo che noi interpreti abbiamo compreso pienamente alcune delle sue scelte registiche soltanto dopo aver visto il film finito. Durante le riprese eravamo concentrati su un lavoro molto tecnico, basato soprattutto sulla parola: affrontavamo scene lunghe, dense di dialoghi, all’interno di una struttura precisa, nella quale ogni scambio doveva trovare il proprio ritmo. Questo rigore lasciava comunque spazio alla scoperta di aspetti di Franca che inizialmente non avevo messo a fuoco. Alcune intuizioni interpretative sono emerse proprio durante una delle scene principali. Mi sono sentita libera di sperimentare e di proporre sfumature sottili: uno sguardo, un momento di ascolto, un’intenzione non prevista dalla sceneggiatura, ma nata spontaneamente durante il lavoro. Sono stati anche questi dettagli a restituire a Franca maggiore tridimensionalità e umanità. Quando ho visto il film, sono rimasta soddisfatta del risultato: ho avuto la sensazione che ciascuno di noi fosse riuscito a trovare una propria verità all’interno di questo grande gioco.

Giorgio Pasotti ha diretto il film ed è anche uno degli interpreti. In che modo cambia il lavoro dell’attore quando il regista con cui si confronta è contemporaneamente impegnato nella scena?

È stata un’esperienza particolare, anche perché ho girato nei primissimi giorni di lavorazione, quando la troupe era ancora in fase di rodaggio. La doppia veste del regista richiedeva un’organizzazione particolare: il direttore della fotografia, il macchinista e gli altri reparti dovevano gestire il lavoro con una certa autonomia, senza poter contare continuamente sul suo intervento per correggere il tiro. I primi giorni sono stati quindi molto intensi. Per noi attori c’era un’ulteriore difficoltà: poteva capitare di ricevere un’indicazione registica e, due minuti dopo, ritrovarsi davanti il personaggio interpretato da Giorgio. Non era sempre facile distinguere i due piani. Dopo aver ricevuto un’indicazione, poteva venire spontaneo chiedersi se uno sguardo o una reazione fossero una risposta al nostro modo di recitare oppure appartenessero semplicemente al personaggio, decisamente tagliente e poco empatico. Era una figura severa, ironica e cinica, con uno sguardo molto indagatore. Dovevamo quindi abituarci a confrontarci con un interprete che, fino a pochi istanti prima, ci aveva dato indicazioni da regista. La gestione di questo doppio ruolo è stata comunque molto equilibrata. Nei giorni in cui ero sul set ho sempre avuto la sensazione che tutto fosse sotto controllo. Non sono mancati momenti di tensione e difficoltà, ma il lavoro procedeva seguendo una direzione precisa. Credo sia stato un esercizio molto intenso anche per lui. Nel suo modo di affrontare il set ho riconosciuto qualcosa dell’artista marziale: precisione, misura e concentrazione assoluta. Un atteggiamento che trasmetteva fiducia anche a noi, perché avevamo la sensazione di essere guidati da qualcuno che sapeva esattamente dove voleva arrivare.

Il film mette in discussione il valore che attribuiamo al lavoro e il prezzo che siamo disposti a pagare per ottenere una posizione. Quanto ritiene che questa competizione, portata all’estremo, rifletta dinamiche già presenti nella nostra società?

Moltissimo. Credo che l’opera teatrale da cui nasce il film sia stata concepita proprio per mettere in scena, attraverso la commedia, le contraddizioni più pericolose della società. Lo fa con un’ironia amara, che lascia un retrogusto sgradevole e ci costringe a riconoscere quanto certi meccanismi stiano avvelenando la vita di tutti. Guardando alle nuove generazioni, è inevitabile interrogarsi sul mondo che stiamo costruendo. Giorgio è padre, io sono madre, così come Giovanna Mezzogiorno e Stefano Fresi. Credo che tutti, realizzando questo film, abbiamo condiviso il desiderio di rimettere in discussione il modello di società in cui viviamo. Avvertiamo sempre più la necessità di ristabilire un dialogo tra generazioni e assumerci la responsabilità del futuro. Oggi diventa difficile svolgere il proprio lavoro con amore e dedizione, perché le risorse vengono assorbite da un sistema che tende a concentrare i mezzi di produzione nelle mani di pochi. Il film rappresenta questo meccanismo attraverso una grande multinazionale, modello produttivo potenzialmente dannoso tanto per i lavoratori quanto per il pianeta. Avremmo bisogno di ripensare il lavoro come un servizio alla comunità, anziché come una corsa incessante all’affermazione personale. L’idea di una crescita continua, propria del modello capitalistico, presuppone che produzione e produttività possano aumentare all’infinito. Diverse discipline scientifiche mettono da tempo in discussione questa possibilità, eppure il sistema continua a inseguire quel modello, ignorando i ritmi della natura e la ciclicità delle stagioni, dei nostri corpi e delle nostre esistenze. Non siamo esseri destinati a seguire una linea costantemente ascendente. La vita, le relazioni e la famiglia hanno tempi che non possono essere compressi in una logica di produttività permanente. Non possiamo vivere sotto pressione, come se ogni momento dovesse necessariamente produrre qualcosa. Uno dei temi centrali del film è proprio il conflitto tra il tempo del lavoro e quello della famiglia. Dovremmo tornare a riconoscere ciò che conta davvero e costruire un rapporto con il lavoro che sia al servizio delle persone e del pianeta, anziché orientato esclusivamente alla produzione di ricchezza. Anche se il film non affronta direttamente le questioni ambientali o il consumo delle risorse naturali, ho percepito con forza questa dimensione. I sistemi naturali mostrano quanto la cooperazione sia importante per la sopravvivenza delle specie e per la loro capacità di proseguire nel tempo. Nei momenti di crisi e di scarsità delle risorse, la competizione può rivelarsi controproducente. Credo che il film metta in evidenza proprio questo: la competitività può spingerci verso comportamenti irrazionali, dannosi e persino autolesionistici. A volte quella che consideriamo una vittoria si rivela, in realtà, un disastro.

La vendetta delle formiche è un film indipendente che affronta il tema della migrazione e si ispira anche a esperienze reali. Che cosa l’ha convinta a prendere parte al progetto e come ha lavorato su una storia così delicata, nella quale il vissuto personale contribuisce a definire il racconto?

Il tema delle migrazioni mi ha convinta subito a prendere parte al film. È una questione urgente, che ci interroga sulla capacità di costruire forme di cooperazione in una società in cui sembra prevalere la logica della competizione, del mors tua vita mea. Viviamo in un periodo in cui, anche attraverso i mezzi di comunicazione, riceviamo continuamente messaggi che alimentano la diffidenza e ci invitano a stare in guardia. Il rischio è quello di percepire una minaccia anche dove c’è soltanto una persona in difficoltà. Il pregiudizio può innescare una reazione a catena: chi si sente guardato con sospetto può percepirsi a sua volta aggredito e reagire in modo ostile. È proprio questa dinamica che attraversa La vendetta delle formiche, mostrando quanto un equivoco e una diffidenza reciproca possano trasformarsi in conflitto. Il film affronta la questione da entrambe le prospettive: chi arriva in un Paese diverso dal proprio può nutrire pregiudizi verso un’altra cultura, così come chi vi abita può guardare con diffidenza chi proviene da fuori. Queste paure finiscono per alimentarsi a vicenda. La sfida è capire come disinnescarle prima che l’incomprensione diventi un muro e il conflitto degeneri. Anche il luogo delle riprese ha reso questa esperienza particolarmente vicina alla mia storia personale. Abbiamo girato a Porta Palazzo, a Torino, una zona conosciuta per il suo mercato, tra i più grandi d’Europa, e per la presenza storica della comunità araba. Sono cresciuta a Torino e ho frequentato spesso quel quartiere. Ricordo quanto fosse già visibile, quando ero ragazza, la presenza della cultura araba nella città. Raccontare una storia ambientata in un contesto che conosco così bene è stato particolarmente interessante. Ho avuto anche l’opportunità di incontrare interpreti di origine araba con cui non avevo mai lavorato. È stato importante anche il confronto con Hedy Krissane, regista e protagonista del film. Mi sono ritrovata ancora una volta a lavorare con un regista che recitava accanto a me, come era già successo con Giorgio Pasotti. Hedy, che ha origini tunisine, affronta temi che conosce direttamente e che fanno parte della sua esperienza. Per me entrare in contatto con uno sguardo diverso dal mio è sempre un’occasione di apprendimento: significa ascoltare, conoscere altre realtà e ampliare la propria prospettiva. Un’esperienza di arricchimento umano e professionale.

Ph. Annalisa Flori

Che cosa può raccontare del personaggio di Linda?

Linda è un’ispettrice di polizia e una giovane madre: il suo personaggio introduce il tema della conciliazione tra professione e maternità, una questione che riguarda spesso noi donne e che ho ritrovato nella sua storia. Il film si svolge nell’arco di una sola notte e le riprese si sono protratte per circa un mese e mezzo, con turni particolarmente impegnativi. La costruzione del personaggio è stata un lavoro delicato, sviluppato insieme a Hedy. Siamo partiti dalla sceneggiatura e abbiamo cercato di ridefinirne alcuni aspetti, per trovare una verità che potesse appartenermi. Ho avuto anche l’occasione di confrontarmi con Enrico Remmert, scrittore e sceneggiatore, tra gli autori del film. Insieme a lui e a Hedy abbiamo rimesso in discussione alcune parti del testo, esplorando nuove possibilità interpretative. Non capita spesso di poter intervenire così direttamente sul proprio personaggio, ed è stato molto stimolante. Mi interessava lavorare sull’ambiguità delle situazioni, mostrando come il pregiudizio possa condizionarne la lettura, mentre l’intuito permette di cogliere aspetti che sfuggono alla razionalità o alla paura. Volevo che Linda avesse questa capacità di intuizione, anche femminile, che in determinate circostanze può rivelarsi decisiva. È una donna che non si lascia dominare dalla paura, cerca una via d’uscita pacifica e conserva un atteggiamento protettivo verso le persone coinvolte. Per interpretare un’ispettrice di polizia mi sono documentata sul lavoro investigativo, confrontandomi con alcune persone che conoscevo e con altri professionisti. Volevo capire come si svolge un’indagine, quali procedure vengono seguite e quali interventi siano concretamente possibili. Naturalmente non stavamo realizzando un documentario e il film si prende le proprie libertà narrative, ma per me era importante conoscere le dinamiche essenziali della professione. Al di là della preparazione tecnica, mi interessava soprattutto l’umanità del personaggio. Mi piaceva interpretare una donna intelligente, con molte esperienze alle spalle, che non si lascia impressionare facilmente e riesce a mantenere fermezza e lucidità anche nelle situazioni più complesse.

Il suo percorso attraversa cinema, teatro e musica, con una particolare attenzione alla contaminazione tra linguaggi. In che modo queste esperienze dialogano nella sua interpretazione e quale dimensione della sua identità artistica sente di non aver ancora esplorato fino in fondo?

Mi piacerebbe unire danza e canto alla recitazione, magari partecipando a un musical o interpretando la storia di una ballerina o di una cantante. Penso, per esempio, alla straordinaria Edith Piaf portata sullo schermo da Marion Cotillard. Mi affascina l’idea di un personaggio capace di esprimersi attraverso linguaggi artistici diversi. Ho anche un progetto che mi piacerebbe realizzare: raccontare la storia delle gemelle Kessler, magari insieme a mia sorella. Mi piacerebbe che fossimo proprio noi, le Messerklinger, a interpretarle. Non siamo gemelle, abbiamo due anni di differenza, ma ci somigliamo abbastanza. Credo che potrebbe essere un’esperienza interessante. Mi viene in mente anche Mads Mikkelsen, che oltre a essere un attore meraviglioso è un ballerino. In Un altro giro è protagonista di una straordinaria scena di danza nel finale. Amo questa capacità del cinema di mettere in relazione linguaggi differenti. Le scene di ballo mi emozionano molto: penso a Pulp Fiction, ma anche a Suspiria di Luca Guadagnino. Spero che prima o poi capiti anche a me di affrontarne una. In realtà, non vivo le diverse attività che porto avanti come esperienze separate. I corsi, i workshop, le performance, i concerti e i live confluiscono continuamente nel mio lavoro di attrice. Mi piace lavorare sulla plasticità del corpo e della voce, trasformare il movimento e il modo di parlare per dare forma a un personaggio. La danza, il canto e la musica sono parte integrante di questo percorso. Credo che una delle cose più belle del mestiere dell’attore sia la possibilità di continuare a imparare per tutta la vita. Ci sono interpreti che, per prepararsi a un ruolo, hanno imparato a suonare uno strumento o a scalare una montagna perché il film lo richiedeva. La disponibilità ad apprendere e a diventare, almeno temporaneamente, qualcosa di diverso da sé è una componente essenziale di questo lavoro. Anche la nostra identità cambia insieme alle esperienze che attraversiamo. Possiamo continuare a trasformarci e a scoprire capacità che non avremmo mai immaginato di avere. Amo le contaminazioni tra le discipline e le possibilità che si aprono quando non imponiamo confini troppo rigidi.

Ph. Annalisa Flori

Ripensando alla bambina che è stata e al percorso compiuto finora, che cosa direbbe oggi a quella bambina?

Fin da piccola avevo le idee molto chiare: dicevo che avrei fatto questo mestiere e, appena ne ho avuto la possibilità, ho cominciato a ballare, cantare, recitare e raccontare storie. Ero già immersa in quel mondo e avevo una direzione precisa. Anche le persone che mi hanno conosciuta allora ricordano quell’energia, che doveva essere piuttosto evidente, anche se io non potevo rendermene conto. Le direi grazie per la determinazione, la passione e la luce che ha manifestato fin da subito. Non so esattamente da dove arrivasse tutta quella forza, ma oggi, da madre di un bambino di dodici anni, mi capita di osservare come ciascuno di noi abbia inclinazioni e talenti propri. Essere madre è bellissimo anche per questo: permette di vedere emergere una personalità con desideri e attitudini che chiedono di essere ascoltati e compresi. Le direi anche che, in alcuni momenti, avrei voluto proteggerla di più. È una riflessione che faccio pensando a tutti i bambini: sono esseri preziosi e, allo stesso tempo, estremamente vulnerabili. Crescere significa anche attraversare esperienze difficili. Da adulti comprendiamo che alcune prove ci hanno rafforzato e hanno contribuito a renderci le persone che siamo, con le nostre fragilità e le nostre ferite. Ma, come si dice, anche le ferite possono lasciare entrare la luce. Le canterei una canzone di Elisa, un’artista che adoro e che ascoltavo moltissimo da ragazza. Sceglierei Luce (Tramonti a nord est) oppure quella che contiene il verso «al di là dell’orizzonte, una piccola poesia». Sono canzoni a cui sono particolarmente legata.