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Il soldato dalle due vite: da Bradley a Chelsea

5 febbraio 2018 BLOG


©ARTICOLO PUBBLICATO SU VISTO N.23 (Giugno, 2017)

L’ex militare americano Bradley Manning, arrestato in Iraq per aver passato ad Assange documenti segreti, è tornato in libertà. Ma adesso è una donna ed icona transgender

La prima prigione di Chelsea è in Kuwait. E’ una piccola cella rettangolare con le sbarre, di nemmeno 2 metri e mezzo per 2 metri e mezzo. In cinquantanove giorni, per ventitré ore al giorno, vede solo: sbarre, un bagno e una mensola. «Ho pensato di morire, in quella gabbia. Perché così la consideravo: una gabbia per animali». La seconda cella, a Quantico, in Virginia, è ancora più piccola: nemmeno 2 x 2,5 metri. E per i primi nove mesi è in regime di massima sicurezza, può guardare la luce del sole solo per venti minuti al giorno, in catene. Per le restanti ore le viene tolto tutto, persino i vestiti. Costretta a dormire dall’una del pomeriggio alle undici di sera, nuda, e soltanto se rivolta verso la sua lampada. E tutto ciò solo perché è considerata a rischio suicidio. Questo è l’inferno vissuto da Chelsea Elizabeth Manning, all’anagrafe Bradly, l’analista entrato in carcere da talpa di WikiLeaks e uscito Chelsea, icona del mondo trans. Sette anni di reclusione, di cui i primi nove mesi in isolamento per 23 ore al giorno, denudato e costretto a rispondere agli appelli delle guardie ogni cinque minuti, anche durante la notte. Undici mesi in detenzione preventiva e in condizioni inumane. E poi, posta in isolamento, per aver tentato il suicidio dopo che le erano state negate le cure appropriate al suo cambiamento di sesso. «Sono uscita dal letto e ho immediatamente cominciato a tremare per quanto freddo c’era nella cella. Ho camminato verso la parte frontale coprendomi i genitali con le mani. La guardia mi ha detto di restare a “parade rest”, il che richiedeva tenere le mani dietro la schiena e le gambe divaricate. Sono restata in “parade rest” per circa tre minuti».

Il rilascio, grazie all’ex presidente Obama, ha posto finalmente termine alla punizione inflittale per aver divulgato informazioni riservate sui crimini di guerra commessi dalle forze armate statunitensi in Iraq e Afghanistan. Il 17 maggio, dopo 7 anni di reclusione, l’ex analista è finalmente libera.

Rievochiamo la sua storia: Bradley Edward Manning si arruola giovanissimo nell’esercito per permettersi gli studi al college e finisce col fare l’analista dell’intelligence in Iraq. A 22 anni, in forza come Specialista nella base di Hammer e membro dell’intelligence militare, in possesso di un nulla osta di sicurezza, ha la possibilità di leggere centinaia di migliaia di documenti segreti del governo americano che rivelano gli abusi commessi dall’esercito sui prigionieri in Iraq, Afganistan e nel carcere di Guantanamo. Migliaia di file riservati della diplomazia americana finiscono sulle prime pagine di tutto il mondo, divulgati attraverso WikiLeaks, un’organizzazione fondata dall’australiano Julian Assange. Tra questi documenti c’è un video di appena 39 minuti: “Collateral murder”. Un elicottero americano Apache spara sui civili inermi a Bagdad, uccidendone 12, disarmati. E’ il 6 aprile 2010 e il video fa il giro del mondo. A pubblicarlo in rete è proprio WikiLeaks. A giugno 2010, la fonte di quel video viene arrestata: è Bradley Manning. Da quell’aprile 2010, tutto cambia per Bradly, Assange e la sua organizzazione. WikiLeaks inizia a pubblicare 92mila file sulla guerra in Afghanistan e Assange finisce in carcere, su ordine della Svezia, per uno scandalo sessuale. Viene accusato di stupro e costretto a rifugiarsi all’ambasciata ecuadoriana di Londra per evitare l’estradizione in Svezia. Ma la sua organizzazione non demorde e, nei mesi successivi, pubblica migliaia di documenti e file segreti sul conflitto in Iraq e schede con informazioni riservate su tutti i detenuti finiti a Guantanamo.

La “disforia” di genere

Nel 2013 Manning finisce per essere condannata a 35 anni di carcere, colpevole di 20 dei 21 capi d’accusa. Ma il vero dramma dell’ex analista è un altro: è affetto da “disforia di genere”, un disturbo che lo porta a ritenere che il proprio genere sessuale sia emotivamente e psicologicamente opposto a quello biologico. Una condizione che non può certo essere alleviata dalla prigionia, che si rivela subito molto dura. Ma dopo undici mesi l’isolamento finisce e presto si interessa anche la politica che riconosce che, dietro la rivelazione dei segreti militari, c’era anche un intento umanitario. Ma c’è un fatto ancora più importante: Manning riesce finalmente ad intraprendere il percorso di transizione da uomo a donna. Bradley diventa Chelsea e recupera l’identità che si sente più vera.

Idolo dei “trans”

Diventa così, pur stando ancora in carcere, il punto di riferimento per il mondo trans: nel dicembre del 2015, da un carcere del Kansas, attacca duramente Caitlyn Jenner, il più noto trans d’America, ex campione olimpico maschile di decathlon (con il nome di Bruce) e patrigno (ora matrigna) di Kim Kardashian. L’accusa, posando sulla copertina di Vanity Fair, di aver rubato e svenduto il movimento trans. Il resto è storia delle ultime settimane: al termine del suo secondo mandato presidenziale, Barack Obama le riduce la pena a sette anni, e di conseguenza, pochi giorno fa le porte del carcere si sono aperte. La sua scarcerazione è avvenuta il 17 maggio 2017.

Il caso di Chelsea Manning ricorda quello di Edward Snowden, costretto a scappare in Russia per aver rivelato diverse informazioni su programmi di sorveglianza Internet e di intelligence segretati tra Stati Uniti e Unione europea. Ma ciò che realmente colpisce è la differenza di trattamento tra i casi WikiLeaks/Manning – Edward Snowden, e il caso del generale David Petraeus, l’ex capo della Cia che ha ammesso di aver rivelato informazioni top secret alla sua amante. E mentre Chelsea ha patito il carcere, e Savage e Snowden si sono ridotti a vivere da prigionieri, il generale Petraeus è, ancora oggi, libero.

 

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