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LE MIE INTERVISTE: GIGI D’ALESSIO


© INTERVISTA PUBBLICATA SU VISTO N.29 (16 Luglio, 2015)

«Ho perso la mamma, il papà e un fratello. Siamo rimasti solo io e mia sorella. Però, malgrado ciò, credo fortemente che sia fondamentale non smettere mai di lottare». Nel giro di pochi anni Gigi D’Alessio ha perso le persone più care, compreso il fratello Pietro, scomparso il 15 luglio 2011, tutte portate via dallo stesso male.

Un dramma che ha avvicinato il cantautore napoletano a coloro che vivono lo stesso dolore, soprattutto in quella che conosciamo come Terra dei fuochi, l’area tra le province di Napoli e Caserta diventata tristemente famosa per colpa della presenza di rifiuti tossici interrati  e dei roghi della spazzatura. Proprio per riaccendere l’attenzione su questo mondo martoriato, Gigi ha realizzato, insieme a Sergio Rubino ed Ambrogio Crespi, il documentario Malaterra, presentato in anteprima al Taormina Filmfest. Un progetto crudo in cui si alternano “le lacrime, lo zucchero e la speranza”, per la bellezza di una terra che produce prodotti sicuri perché completamente controllati. Un viaggio reale per rompere il silenzio, reso ancora più emozionate dalla canzone che D’Alessio ha scritto appositamente e che dà il titolo al film. Un messaggio di ottimismo e di forza di “un uomo che ama la sua terra e la vuole difendere”.

La sua famiglia è stata segnata dalla malattia. Ha lottato molto, soprattutto per suo fratello Pietro, malato di cancro. Ha cercato di dargli speranza, pur sapendo che non ce n’era. Che ricordi ha di quei giorni?

«Quando si vive con un malato, si assorbe la sua stessa malattia. Quindi raccontare delle verità, quando sai quale sarà il finale, diventa inutile. Non serve a nulla anticiparlo, soprattutto se sarà un finale  triste. Vale la pena, forse, anticipare un finale sereno, allegro. Io, probabilmente, ho detto a mio fratello le più grandi bugie: che avremmo risolto il problema, che le cose sarebbero andate bene. Poi, inevitabilmente, alla fine ha capito anche lui che non ci sarebbe stato un lieto fine. Ho perso la mamma, il papà e un fratello così. Siamo rimasti solo io e mia sorella. Però, malgrado ciò, credo fortemente che sia fondamentale non smettere mai di lottare».

Non si pente di questa sua scelta?

«No, perché ho cercato di regalargli il meglio finché potevo e fino a quando la vita glielo ha permesso».

Come e quando è nata l’idea di questo documentario?

«Malaterra è un progetto che ho fortemente voluto. L’idea è nata durante il concerto di capodanno che ho fatto a Napoli, dove ho riacceso la problematica della terra dei Fuochi perché mi sembrava che fosse stata quasi messa da parte. Ho parlato del problema in termini numerici riportando le statistiche. Ho così deciso di usare la mia popolarità non per cantare, ma per far arrivare a quanta più gente possibile queste informazioni. Ho chiamato Sergio Rubino ed Ambrogio Crespi, che sono i registi di questo documentario e abbiamo realizzato Malaterra. Un docufilm crudo, naturale, che affronta il problema raccontando sia la parte malata che deve essere curata, che quella sana che va difesa. Non è un documentario politico, né serve per farmi pubblicità. I proventi di questa canzone saranno tutti devoluti per la Terra dei fuochi».

Il documentario è molto commovente, soprattutto quando vengono intervistate le mamme che hanno perso i figli. Lei che ne ha, come si è sentito?

«Mi sono immedesimato. E nel documentario si vede. Infatti sudo. Volevano asciugarmi e mi sono rifiutato. Ho deciso di restare così proprio perché era quello che stavo provando in quel momento, era un’ emozione vera. Come quando recito il Padre nostro e l’Ave Maria in chiesa. Era quello che stavo facendo in quel momento. E’ un documentario schietto, senza additivi, è nato così. Indubbiamente la musica l’ho curata, anche perché è questo il mio mestiere. Per esempio, per realizzare la colonna sonora siamo andati a Londra, e abbiamo registrato negli studi di Abbey Road Studios con la prestigiosa London Symphony Orchestra. Ma per quanto riguarda le riprese è stato proprio così, “comme mamma l’ha fatte!”, come si dice dalle mie parti».

Quanto tempo ha impiegato a scrivere la canzone Malaterra, contenuta nel documentario?

«Un’ora. Mi è proprio uscita dal cuore. Ho volutamente deciso di scriverla in napoletano perché il dialetto è forse la lingua in cui mi esprimo meglio».

Nel documentario si affronta il problema della Terra dei fuochi dai due punti di vista: senza condannare né lodare. Perché?

«Per lasciare libero chi lo vedrà di trarre le conclusioni. Noi abbiamo messo il buono, le lacrime, lo zucchero e la speranza. Ho voluto raccontare che chi mangia i prodotti campani può stare tranquillo, perché sono ipercontrollati, senza negare però quello che c’è di marcio. L’importante era lasciare a tutti un messaggio di speranza. Non bisogna mai mollare».

Da sottolineare il fatto che è tutto senza scopo di lucro.

«Esattamente. Mi auguro che questo documentario possa girare nelle scuole, per educare e raggiungere i giovanissimi. Io lo porterò in giro con me nel mondo e cercherò di farlo andare in televisione. E’ una storia che voglio seguire. Tra l’altro il 6 settembre farò un concerto davanti la Reggia di Caserta, grazie alla sponsorizzazione di due etichette di acqua che stanno sposando questo progetto. Raccoglieremo dei fondi da destinare proprio all’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e al Pausilipon di Napoli. In questo modo si potranno fare dei controlli preventivi per curare la nuova generazione».

Perché è importante rompere il silenzio?

«Bisogna dire basta all’omertà. Perché riguarda tutti. Non si tratta soltanto della malavita organizzata, ma anche del contadino, del cittadino e di tutti quelli che magari si fanno prendere dalla tentazione di guadagnare più soldi attraverso l’interramento dei rifiuti tossici nella terra dei Fuochi».