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LE MIE INTERVISTE: EVA ROBIN’S


© INTERVISTA PUBBLICATA SU VISTO N.50 (15 Dicembre 2016)

«C’è stato un momento della mia vita in cui ho cominciato a pensare di diventare completamente donna. Poi ho capito che così facendo avrei umiliato la mia parte femminile e avrei tolto un segno caratteristico della mia personalità, della mia vita, della mia carne».
Si racconta così Eva Robin’s, all’anagrafe Roberto Maurizio Coatti, per anni oggetto del desiderio e simbolo di trasgressione. Lri è proprio come dicono: ironica, raffinata, diretta. Balzata alle cronache negli anni ’90 per la sua sessualità ambivalente, che l’ha aiutata ma al tempo stesso penalizzata, si è ritrovata a dover gestire una popolarità improvvisa che ha sempre considerato solo «un gran malinteso» dice, «il successo fatuo dovuto ai flash, alla popolarità, ai fan», non le è mai interessato. Da qui la svolta verso il teatro, un universo parallelo ma più intimo ed introspettivo dove esce la vera Eva, una donna forte, passionale, capace di mettersi in gioco e di stupire non più per la sua sessualità ma per le sue interpretazioni. E oggi, «sopravvissuta alla popolarità», con accanto il suo gatto e una vita artisticamente poliedrica alle spalle, tosta come un uomo e fragile come una donna, Eva si racconta.

All’anagrafe lei è Roberto Maurizio Coatti. Si ricorda quando ha capito che da Roberto stava diventando Eva?

«Stavo facendo una bellissima vacanza a Riccione ed ebbi l’idea di farmi dei colpi di sole. Ero ancora un ragazzino, molto piccolo e minuto. Al mio ritorno a Bologna cominciarono a rivolgersi a me al femminile. E questo solo per dei colpi di sole. Lì ho capito e posso dirle che non c’è mai stata la scissione ma solo e sempre la fusione perché le due parti non sono mai entrate in contrasto anzi, dovevo un attimino temere a bada più la mia parte femminile. Ho sempre convissuto molto bene con le trasformazioni».

Perché alla fine non è diventata una donna a tutti gli effetti?

«Ci ho provato. C’è stato un momento della mia vita in cui ho cominciato a pensare di diventare completamente donna. A dire la verità mi ero quasi decisa, poi ho capito che così facendo avrei umiliato la mia parte femminile perché la parte maschile, che poi è quella che guida un po’ tutto, si sarebbe vendicata sulla ferita che mi sarei provocata. Avrei tolto un segno caratteristico della mia personalità, della mia vita, della mia carne».

Alla fine Eva è l’idea che lei ha sognato di se stessa?

«Diciamo che sono andata per tentativi. Mi sono ritrovata così e devo dire che mi piace. Certo, Eva va dominata dal perno maschile perché altrimenti si rivela troppo frivola e vanitosa».

Si considera un’icona gay?

«Mi sento molto bene con me stessa, al di là di come mi vedono gli altri. Questo significa che ho costruito bene la mia personalità. Ho lavorato per avere una popolarità che mi calza, anche se il momento più terribile della mia esistenza è stato quando avevo più visibilità. Da lì ho capito che è meglio essere anche un po’ invisibili. Per questo ho scelto la carriera teatrale, che è parallela a quella televisiva, ma meno visibile ai mass media. E’ forse più di élite perché ti segue chi lo vuole davvero e non chi ti subisce attraverso la TV».

Citando Eduardo De Filippo: “Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”. E’ così anche per lei?

«Il teatro riesce a farmi evadere dalla normalità del quotidiano. Trasforma tutto ciò che è modesto e grigio in qualcosa di meraviglioso. Forse è questo quello che ha fatto il teatro con me. Questa continua sublimazione del normale è quello che più mi piace. Creare un personaggio, rivestirlo con costumi e farlo proprio. E in questo mi ritengo fortunata perché sono sempre abbastanza libera nelle scelte».

Tornando indietro rifarebbe le stesse scelte lavorative?

«Avrei voluto studiare e approfondire di più l’inglese. Ricordo che mentre stavo facendo delle bellissime vacanze studio negli USA, mi chiamò Gianni Boncompagni offrendomi la trasmissione “Primadonna”. Fu un totale disastro. Abbandonai quel programma e divenni popolarissima, ma di una popolarità molto fastidiosa, ingombrante. Ma gli errori a volte servono. Forse più dei facili successi».

E’ stato difficile per lei vivere quella popolarità improvvisa?

«Mi piace dire che sono sopravvissuta alla popolarità. A me interessa il successo inteso come crescita personale, come capacità di superare gli ostacoli esistenziali. Il successo fatuo dovuto ai flash dei fotografi non mi interessa».

Cos’è per lei l’amore?

«L’amore è perdere il centro di se stessi per dedicarsi ad un altro. Ci concentriamo solo su una persona quando ce ne sono miliardi. L’amore è una sorta di ipnosi. Sono stata innamorata, l’ho vissuto e adesso vediamo cosa succederà. Ogni tanto rimango invischiata. Faccio tanto la cinica e poi invece alla fine ci ricasco sempre. Ora sono innamorata della vita».

Come vive oggi?

«Serenamente. Evito le discussioni, e devo dire che per il momento ce la sto facendo. Insomma, mi sto avviando alla conquista della vecchiaia».

Quanto la spaventa invecchiare?

«Sono più spaventata all’idea di non ragionare più come ora, di dover dipendere da qualcuno perché il corpo non risponde. Però alla fine mi solleva il fatto che sono in buona compagnia: siamo in tanti.»

Ha mai pensato di adottare un bambino?

«I neonati mi fanno una tenerezza, ma ho trasferito il mio bisogno materno nel mio gatto, lo tratto come una figlia».

Chi è oggi Eva Robin’s?

«Un infante che cerca di conquistarsi l’età adulta.»