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LE MIE INTERVISTE: ANTONIO CAPRARICA


Caprarica racconta i suoi viaggi e le interviste con i grandi leader della politica: “Vivo all’estero ma sono italiano e ho soltanto il passaporto del Paese che amo.”

© Intervista pubblicata su Taormina Today

Tanti anni a capo dell’ufficio di corrispondenza Rai di Londra. Professionista dell’informazione e uno dei giornalisti italiani più famosi all’estero. E’ conosciuto per la professionalità, la bravura e lo stile che lo contraddistingue. Con il tono garbato e ironico che lo caratterizza, Antonio Caprarica si racconta in questa mia intervista.

Lei è stato inviato dal fronte.  Durante la prima guerra del Golfo si trovava a Gerusalemme. Cosa ricorda di quell’esperienza?

Naturalmente ricordo i momenti di grande tensione e di partecipazione perché era a tutti chiaro che era in gioco la sorte di un paese piccolo ma grande per la storia di tutti noi. Ricordo l’atteggiamento assolutamente serio, forte, composto e straordinariamente consapevole che avevano gli Israeliani davanti ai missili che piovevano ogni giorno su Israele. Ricordo i danni, i disastri, i morti prodotti da quella guerra e devo solo constatare che anche quella, come molte altre, è stata una guerra inutile.

Ha intervistato personaggi storici importanti: da Gorbaciov a Tony Blair fino al principe Carlo. Quale di queste interviste ricorda di più?

Non dirò mai quale ricordo di più, per non fare torto a nessuno. Voglio solo ricordare una persona che non c’è più che ebbi modo di intervistare quando ero in Israele agli inizi degli anni ’90. Era Yitzhak Rabin, un uomo straordinario, un leader, uno statista e un guerriero di valore eccezionale. Proprio in un’intervista che mi rilasciò per il Tg1 stabilì quello che sarebbe potuto essere il giusto principio di un negoziato con i palestinesi: la terra in cambio della pace. Su quella base si cominciò a trattare. Purtroppo sono trascorsi vent’anni e non si sono ancora fatti molti passi avanti anche perché la follia e il fanatismo hanno eliminato dalla scena un protagonista eccezionale come Yitzhak Rabin.

Nei suoi libri racconta spesso i luoghi in cui vive. Quali sono i vizi e le virtù degli aristocratici?

I vizi sono quelli che tutti possono facilmente immaginare con l’aggiunta della consapevolezza di se, dell’arroganza, dell’esaltazione di stato che è legata alla grande ricchezza. Le virtù degli aristocratici britannici sono state invece quelle di aver fornito alla Gran Bretagna una classe dirigente capace di costruire un impero. Anche noi abbiamo avuto i nobili, ma non sono stati altrettanto bravi.

Gli inglesi come vedono gli italiani? Esistono ancora quelle che Lei ha definito le quattro effe? Food, football, fashion e Ferrari?

Food e Fashion, ovvero cibo e moda resistono ancora. La Ferrari è andata in letargo ma forse questa stagione ce la restituirà. Il football? No, ormai gli italiani non hanno molto da dire su questo terreno. C’è ancora molta ammirazione per lo stile di vita italiano, anche un po’ di invidia. Perché gli inglesi pensano che noi siamo capaci di goderci la vita e in questo nessuno ci batte, siamo maestri imbattuti e imbattibili. Però si chiedono sempre come facciamo a vivere al di sopra dei nostri mezzi. E su questo sono magari meno elogiativi e un po’ più invidiosi.

Nel libro “Gli Italiani la sanno lunga o no?” Lei parla della furbizia italiana nei confronti delle regole. Quando parla di Italiani lo fa con il distacco di chi vive all’estero?

Io non ho mai preso il passaporto in nessun altro paese, ho solo il passaporto italiano. Mi sento integralmente italiano. Ho solo il vantaggio del punto di vista. Guardare le cose da lontano aiuta a vederle meglio nella prospettiva più giusta. In quel libro che lei ha citato me la prendo con la furbizia come vizio nazionale di noi italiani. Tutti, nessun escluso. Ci convince di essere più in gamba degli altri solo perché siamo più furbi a “fregare” le regole. E invece questa attitudine non ci porta lontano, come dimostra la nostra storia più recente.

Il suo primo romanzo è il thriller “La ragazza dei passi perduti” scritto assieme a Giorgio Rossi. Questo libro è diverso da quelli che sono seguiti successivamente. Perché questa scelta?

In realtà quando mi sono citato nella narrativa l’ho fatto quasi sempre nella forma del thriller perché mi piace il mistero. Vede, credo che la vita di ogni uomo sia un po’ un mistero: le motivazioni dei suoi gesti, le sue decisioni. Così nella forma di romanzo, il thriller, è in qualche modo una metafora del mistero del destino di ogni individuo. E quindi mi piace molto scrivere sottoforma di giallo o di mistero. Naturalmente gli altri miei libri si sono poi staccati dalla narrativa per approdare più alla saggistica, anche se nella saggistica cerco di mettere sempre un po’ di quegli elementi di racconto, di ironia, di dialogo, insomma di spaziare al di là della verità che talvolta può essere molto arida: quella dei numeri, dell’analisi sociologica, per fornire al lettore  il tessuto di un racconto capace di coinvolgerlo.

Il suo ultimo saggio si intitola “Ci vorrebbe una Thatcher”. Pensa che anche in Italia ci vorrebbe una Thatcher?

Si penso che anche in Italia ci vorrebbe una Thatcher, non perché dovrebbe applicare in Italia le stesse ricette. Penso che l’Italia dovrebbe fare quell’operazione di verità e di cambiamento di mentalità che la Thatcher ebbe la forza di proporre ed attuare in Gran Bretagna.

Quindi pensa che è questo quello che dovrebbe accadere anche in Italia, cambiare la mentalità?

Si, esattamente. Abbiamo bisogno di mettere sui piedi il nostro comportamento perché adesso camminiamo con la testa sulla strada e i piedi per aria. Questo non ci porta molto lontano. Dobbiamo essere consapevoli che stiamo vivendo uno dei momenti più difficili della nostra storia moderna, da cui non è detto che usciremo vincitori. Quindi, o facciamo appello a tutte le nostre straordinarie energie ed anche alla ragionevolezza dei comportamenti, oppure rischiamo grosso.

Leggendo i suoi libri sembra di ascoltare il garbo e l’ironia che la contraddistingue. Ma sotto questo tono garbato si nasconde un’analisi provocatoria, concorda?

Si, cerco di proporre ai miei lettori delle analisi che provochino le loro reazioni e li stimolino a prendere atto del mondo in cui vivono e quindi del mondo che io descrivo. Si, mi piace la provocazione, penso che sia uno degli strumenti utili all’accertamento della verità.

Come vedono oggi la situazione italiana dall’estero?

Con incredulità e preoccupazione.

Pensa che gli Italiani siano ancora innamorati dell’italia?