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Giordano De Plano: cinema, teatro e Squadra Antimafia

21 Ottobre 2017 BLOG


Giordano De Plano, attore romano di teatro e cinema, ha raggiunto la popolarità grazie alla fiction “Squadra Antimafia” dove, per ben sei stagioni, ha indossato i panni di Sandro Pietrangeli, ispettore della Duomo, con un carattere apparentemente duro e violento, ma estremamente fedele alla sua squadra. Nella vita, invece, Giordano è un uomo spontaneo, sorridente, innamorato delle relazioni umane. Cerca un equilibrio anche sentimentale. Il cinema è la sua meta e spera che possa continuare il più possibile.

Perché ha deciso di fare l’attore?

«Sono sempre stato appassionato dal cinema, sin da bambino. Venivo catturato dai personaggi che si muovevano nella televisione. E’ stato mio nonno a iniziarmi al cinema. Guardavamo insieme i film western e facevamo entrambi il tifo per gli indiani. E’ nata più o meno così la mia passione per la recitazione. A quattordici anni mi fecero vedere il film “Dog day afternoon” con Al Pacino e rimasi folgorato da quella storia e dall’interpretazione. Quel giorno capii che volevo fare l’attore».

C’è qualcosa del personaggio di Pietrangeli che le somiglia?

«Quest’anno stiamo girando la sesta edizione di Antimafia che sarebbe la mia quinta, quindi vuol dire che ho passato gli ultimi cinque anni della mia vita – sei/sette mesi l’anno – con questo personaggio. Per forza di cose ad un certo punto c’è una contaminazione talmente elevata che non so più in realtà dove finisco io e comincia lui. Io di certo non giro armato e col distintivo, anche se a volte mi piacerebbe farlo (sorride). La cosa che mi accomuna a Pietrangeli e che ho cercato poi di trasmettergli è la passione che ha per il lavoro. A volte lo fa sembrare irruento, però sicuramente è molto appassionato e questa è una cosa che mi sento di condividere fortemente con il personaggio. Poi forse come lui non ho ancora trovato un equilibrio sentimentale. Un’altra cosa che ci accomuna è il sentimento forte che abbiamo entrambi verso i rapporti, verso le amicizie, che siano di lavoro o meno».

Come si prepara alle scene?

«Prepararsi in un progetto come Antimafia vuol dire avere dieci copioni da 130 pagine ciascuno, che è poi l’equivalente di quattro film. Sicuramente non memorizzo tutti e dieci i copioni perché sarei un fenomeno da baraccone. Quello che cerco di fare da subito è fissarmi il percorso, la linea principale e poi di giorno in giorno, a seconda delle scene che devo girare, andare più sullo specifico ovvero sul dettaglio. E questa è diciamo una preparazione generale. Poi noi di solito abbiamo il pieno di lavorazione che copre due/tre settimane quindi in teoria riusciamo ad intuire quello che andremo a girare da qui alla prossima settimana. Quindi in base alle varie tipologie di scena che verranno girate, ci si prepara. Io cerco sempre di arrivare sul set con una preparazione fatta in precedenza, però sono anche libero di trovare cose nuove all’interno della scena e in relazione con i colleghi. Lascio sempre più di una porta aperta. E questo anche grazie ai registi che talvolta preferiscono che la scena nasca all’improvviso. Però sicuramente ci deve essere un’idea generale già più o meno pensata».

Qual è il significato del tatuaggio che ha sul braccio?

«Questo è un indiano. Ne ho anche altri. Questo è un indiano e rappresenta il legame con mio nonno che da qualche anno non c’è più. Sono cresciuto con lui e come ti dicevo prima spesso stavamo insieme a guardare sul divano questi film western. Lui mi parlava sempre degli indiani, dello spirito indiano, della cultura indiana e io ne ero molto affascinato. E quindi questo tatuaggio per me rappresenta tutto ciò».

Non pensa che recitare per tanti anni nei panni dello stesso personaggio possa un po’ penalizzare l’attore?

«Qui vai ad aprire un discorso che è molto più complesso e, al contempo, anche paradossale. Prima che mi offrissero Antimafia, facevo il cameriere per mantenermi, perché non avevo la possibilità di lavorare ogni giorno e quindi per forza di cose dovevo inventarmi qualcos’altro. E alternavo ogni tanto cinema, televisione, teatro. Però questo non mi consentiva di viverci. Quindi speravo che arrivasse prima o poi un personaggio come questo che mi permettesse di arrivare ad un pubblico vasto come quello di Antimafia che sono circa seimilioni a settimana insomma. E’ un privilegio che non hanno tutti. Però si, è vero quello che dici. Specialmente quando ti trovi ad affrontare un personaggio che per fortuna è ben voluto dal pubblico – e sembrerebbe che lo faccio abbastanza bene – il rischio dell’identificazione in quel ruolo è molto forte. Quello che tento di fare ogni anno è trovare dinamiche nuove, che magari non ho affrontato nella stagione precedente, sempre inerenti al mio personaggio, se non altro per cercare di sondare un po’ tutta la tavolozza di colori che dipingono appunto questo personaggio. Poi cerco anche di alternare Antimafia con qualche spettacolo di teatro, come ho fatto lo scorso anno, anche per propormi poi in maniera diversa. E’ anche vero che questo è un periodo in cui non c’è tanta roba in giro. Per cui sono contento di fare Squadra antimafia e c’è gente che fa la fila per farla quindi finché c’è Antimafia la faccio molto volentieri. Poi è compito degli autori e della squadra riuscire a raccontare ogni anno qualcosa di nuovo per mantenere nel pubblico un interesse sempre vivo».

Novità sul suo personaggio?

«Nella sesta stagione, che poi è quella che stiamo girando adesso, il mio personaggio Sandro Pietrangeli tornerà un po’ alle origini. Lui arriva alla Duomo dopo aver fatto un percorso di poliziotto infiltrato, sotto copertura. Nella nuova stagione potrebbe tornare a fare ciò. Che è una cosa che a me interessa molto perché di Pietrangeli si sa che viene da quel mondo ma io personalmente non l’ho mai potuto sperimentare».

© INTERVISTA PUBBLICATA SU TAORMINA TODAY (2013)

 

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