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Bruno Torrisi: orgoglio tutto siciliano

20 Ottobre 2017 BLOG


© Intervista pubblicata su Taormina Today

L’ho incontrato in una mattina d’estate. La prima cosa che mi ha colpito sono stati i suoi occhi: due incredibili occhi azzurri, dalla dolcezza persistente in un volto rigido, dal sorriso serrato. Un grande osservatore, un uomo gentile e riservato. Siamo andati sul set di Squadra Antimafia, per un breve saluto ai suoi colleghi. E poi abbiamo mangiato una granita. Ed è stato lì che Bruno Torrisi è venuto fuori per come è. Mi ha raccontato della sua vita, della morte prematura del padre, dei primi successi, della figlia, fino alla popolarità ottenuta con il personaggio del Questore Licata. E la sua voce cambiava di tono: ora velata di tristezza, ora pimpante. E’ stata un’intervista particolare, introspettiva, intima se vogliamo, che ha messo in evidenza un uomo che non ha paura di mostrarsi, con le proprie fragilità ma anche punti di forza. Una sorta di personaggio pirandelliano che “più ha considerazione per se stesso e più si allontana da se stesso”. Bruno Torrisi ama il suo lavoro, adora il teatro e la sicilianità. Ha recitato al cinema e anche in diverse fiction di successo quali “Il commissario Montalbano”, “Ris 4”, “Carabinieri 6”, “Distretto di polizia 10”. La sua popolarità è aumentata con la fiction Squadra Antimafia dove interpreta  il questore Licata, quello che fa i cazziatoni a Calcaterra e si commuove se perde qualcuno della squadra. E’ il riferimento per quelli della Duomo. Ma è anche il riferimento per i giovani attori. Perché ha una grande esperienza e perché è un grande attore. E si racconta in questa intervista.

«Ho iniziato un po’ per caso. Nell’85 facevano bandi di concorso nella scuola di Teatro. Ho conosciuto un’insegnante che dirigeva questa scuola e pensava che fossi negato nel fare teatro. Così mi preparai per farle uno scherzo e mi presentai al provino per fare l’attore. (Non volevo assolutamente fare l’attore, avevo già un altro lavoro). Ho fatto la domanda e mi sono presentato. Ero convinto che non mi avrebbero mai preso. E invece il regista, Giuseppe Di Martino, si divertì così tanto che mi prese. In quello stesso periodo mio padre  si ammalò. Fu lui ad insistere, voleva farmi cambiare lavoro. Mio padre era uno all’antica, uno di quelli per cui è impossibile pensare che il proprio figlio faccia un lavoro artistico. Invece, in quell’occasione, probabilmente sarà stata la malattia, (lui è morto precocemente a 60 anni), ha insistito. Io non volevo farlo. Quando hanno chiamato per informarmi che avevo superato il provino e che le lezioni sarebbero iniziate a breve, mio padre mi disse: “Vai, devi essere il più bravo di tutti”. Così iniziai. Tra il primo e il secondo anno di lezione, mio padre morì. Io volevo mollare perché avevo frequeantato questa scuola principalmente per far piacere a lui.  Anche l’insegnante insisteva nel farmi continuare e così finii il corso di due anni. Ma la mia intenzione era quella di tornare al vecchio lavoro. Fortunatamente ottenni subito il primo ingaggio. Avevo 24 anni e a quell’età  la perdita del padre ti lascia spiazzato. Tra l’altro avevo abbandonato il lavoro per frequentare una scuola di teatro: mi trovavo davvero in un momento di confusione. Fortunatamente questo piccolo ingaggio mi diede la possibilità di avere un gruzzoletto di denaro. E da allora cominciai ad essere chiamato da tante compagnie. Erano gli anni ‘80 e quelli erano anni d’oro per il teatro. Se ne faceva tantissimo. Riuscii ad avere l’indipendenza economica che mi permise pure di distrarmi dalla mia perdita. Per cui rimasi anche se restavo titubante nel continuare perché non mi interessava particolarmente quel mondo. E invece alla fine ci sono rimasto. E adesso mi ritrovo a questa età e guardandomi indietro posso dire che mi sono divertito e mi ha fatto crescere. Amo questo mestiere».

C’è un personaggio tra quelli che ha interpretato, a cui è più legato?

«No. Ci si affeziona ed innamora di un personaggio, ma non appena passa l’hai già scordato. Ti innamori subito del prossimo».

C’è un film o un’opera teatrale in cui avrebbe voluto recitare?

«Avrei voluto fare Apocalist now” (ride). Ma ce ne sono tanti. Vedi anche lì è come il ruolo: non c’è il ruolo preferito. Noi ci innamoriamo di tutti i personaggi. Di solito l’attore è onnivoro. Qualsiasi personaggio è uno stimolo. Perché poi noi siamo un po’ “Tutti e nessuno” come diceva qualcuno».

Nella vita privata le è capitato di recitare?

«Si, a volte capita».

Se ne è reso conto?

«A volte capita di rendersene conto. Del resto come si fa ad essere sempre sé stessi?  I santi ci riescono. Quello è il punto di arrivo. Tutti cerchiamo di essere noi stessi. Soprattutto chi fa questo lavoro non deve confondere la recitazione con l’essere. Spesso chi è abituato ad apparire dà per scontato che sia quella la chiave. Invece per poter apparire bisogna prima essere. Più sei te stesso e più riesci a recitare».

Perché ha scelto di interpretare Squadra Antimafia?

«Noi attori non è che spesso scegliamo. Ci sono dei provini da fare e ci si va, come si fa per qualunque altro lavoro. E’ anche vero che ero in una condizione che non mi conveniva rifiutare perché il prodotto era buono, un prodotto Taodue, canale 5.  Il cast era fatto da attori importanti che conoscevo, per cui anche se per poche pose ho fatto il provino e certo desideravo entrarci».

Preferisce fare il cattivo o il buono?

«Preferisco fare il buono perché spesso col cattivo si cade in un cliché. Il buono ha più sfaccettature per certi versi o forse per me è più complicato. Non che sappia fare bene il cattivo, però mi interessa di meno interpretare il cattivo anche se poi per il pubblico il cattivo è il personaggio più simpatico».

Come si prepara ad interpretare un ruolo?

«E’ come un tarlo dentro. Io sto parlando con te ma il pensiero della serie che adesso vado ad affrontare non mi ha mai abbandonato. Ho alcune scene in testa già da più di un mese e mi entrano dentro. So che quelle scene mi danno la chiave per tutta la serie. Perché ogni serie sembra uguale alle altre ma i personaggi subiscono delle piccole differenze nel linguaggio, nel modo di essere. Quindi l’approccio è questo: ci pensi sempre, te le ripassi, te le rivedi, ogni giorno».

Che rapporto ha con la religione?

«Che domandina…(sorride). Penso di avere un credo personale, una mia forma di spiritualità che però non coltivo più come una volta. Non riesco ad essere cattolico o buddista, anzi non ho un buon rapporto con le strutture. Preferisco credere che Dio c’è ma che abbia connotazioni diverse: cinese, araba, musulmana, o romana, non ha importanza. Non credo che si ci fermi a questo. Dio non può avere un colore o una regione o una nazione. Dio è dentro di noi, siamo tutti parte di questa entità. Credo che bisogna vivere con un rispetto maggiore per il dono che c’è stato dato e spero di meritarlo questo dono».

Il cinema italiano è in crisi, oppure no?

«Direi che ad essere in crisi sia il popolo italiano. Questa parola ormai ci sta condizionando, la stiamo usando per tutto, per l’economia, per il pensiero: tutto sembra essere in crisi. Probabilmente è un periodo di trasformazione, di passaggio. Almeno mi auguro. Ma tutti i passaggi sono dolorosi per cui prepariamoci a qualcosa di molto duro. Anche nella vita quando si cresce, si cambia e ci si ritrova ad affrontare delle prove molto dure. Questo è un momento molto difficile per il pensiero economico, per cui si ha poco da dire. Inseguiamo tutti la salvezza perché stiamo naufragando. Oggi pensare al cinema, al teatro, all’arte, al giornalismo, è qualcosa che si fa per mantenersi vivi. Penso che tutti quanti abbiamo la sensazione di stare su una barca che sta per affondare come il Titanic. Se la barca si inclinerà cercheremo di risalire questa sper cercare di affondare dopo. Alla fine si affonderà, ma ciò sarà probabilmente utile per riformare una nuova Italia, un nuovo pensiero. Almeno mi auguro questo per chi verrà dopo».

Una frase che la rappresenta.

«Non ho mai pensato ad una frase che mi possa rappresentare. Non ho una grande considerazione di me stesso».

Perché?

«Questo è il motto! (ride) Perché più ho considerazione per me stesso e più mi allontano da me stesso.  Più mi mantengo a terra, più il mio io è piccolo e più godo di questa bellissima giornata».

 

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